L’ispezione che vuole spegnere la candela della coscienza

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Andrea Rattacaso

Quando penso ai vecchi saggi citati negli aforismi (che io stesso uso per sembrare più “saggio”) mi viene sempre in mente quello che indica la luna.

A volte, nelle nostre democrazie, succede qualcosa di ancora più bizzarro: qualcuno prova direttamente a bendare il saggio o, meglio ancora, ad aprire un’indagine ministeriale sul dito 😂.

A parte gli scherzi, oggi vorrei parlare di quello che è successo a Roma, tra i corridoi del liceo Vivona e del Righi.

Un insegnante decide di scrivere una lettera privata ai suoi ex alunni, ragazzi che hanno appena finito gli esami e che, tecnicamente, sono fuori dal recinto dell’autorità scolastica.

In base ad una sua scelta arbitraria e ad una sua sensibilità soggettiva, e rispettabile, ha detto loro di non dimenticare le atrocità di Gaza, citando Montale e Virgilio, ricordando che un giorno molti di loro saranno seduti su poltrone di potere e dovranno decidere con la propria testa.

Risultato: l’ufficio scolastico regionale apre un’ispezione.

Vorrei tanto che questa fosse solo una notizia di cronaca scolastica ma purtroppo è, per l’ennesima volta, un altro dei tentativi per modellare il pensiero della prossima classe dirigente.

Preparare le menti dei ragazzi che entreranno nel mondo del lavoro significa anche raccontargli che il mare non è calmo come si aspettano, perché proprio la consapevolezza delle tempeste può motivarli a diventare marinai esperti.

Ma qui, addirittura, sembra che qualcuno voglia vietare persino di parlare della tempesta, imporre un oceano calmo dove tutto è come una bellissima gita in barca.

Il fuoco di sbarramento per cuori agitati

Per capire questa manovra dobbiamo tirare fuori dalla nostra cassetta degli attrezzi il concetto di flak, o fuoco di sbarramento. Ne ho parlato poco in passato ma prometto che ci farò un articolo dedicato.

Il flak è uno dei filtri che puliscono l’informazione, è la reazione organizzata per punire chi esce dal coro. L’ispezione ministeriale su un docente che scrive una lettera privata ne è la versione burocratica.

Non serve una legge che vieti di parlare di Gaza, basta creare un clima di ansia attraverso procedimenti disciplinari e verifiche interne.

È quella che gli esperti chiamano cattura disciplinare: l’uso selettivo della legge per spingere i professionisti, in questo caso i docenti, verso l’autocensura.

Il messaggio per tutti gli altri insegnanti è chiaro come un mattino di sole:

Ci sono vittime di cui non si può parlare

C’è un meccanismo ancora più sottile in gioco, già visto con lo scorso articolo sul gioielliere Roggero, che riguarda la distinzione tra vittime degne e indegne.

Secondo il modello di propaganda, le vittime dei nemici (non per forza uccise, ma anche discriminate, o con semplici danni economici) vengono umanizzate e ricevono coperture indignate, mentre quelle causate dai nostri alleati o clienti diventano, per magia discorsiva, invisibili o “indegne” di compassione.

Il docente ha parlato di “sterminio” riferendosi a Gaza e ha infrantoquella barriera che il sistema non voleva che venisse rotta.

Ha chiesto ai suoi studenti di vedere i bambini e i medici della Striscia come persone reali, non come freddi dati logistici o “danni collaterali” necessari alla difesa di un popolo.

La manipolazione delle masse passa spesso per la cancellazione dei nomi e delle storie: se non ne parliamo, se lo rendiamo un tema “troppo complesso” o “ideologico“, la realtà smette di pungerci la coscienza.

Il trucco del silenzio che toglie autorità

Rae Langton, un esperto di etica e filosofia, insegnava che non serve chiuderti la bocca fisicamente per zittirti.

Anzi, ti permettono di parlare, ma privano le tue parole di autorità e forza. Se un’inchiesta ministeriale trasforma l’invito a “restare vigili” in un caso sospetto di “orientamento politico“, l’atto del docente viene degradato da lezione morale a mero sfogo partigiano.

Così le sue parole diventano inerti, fiammiferi bagnati che non possono più accendere la luce della critica.

Questa è una forma di stigmatizzazione: si etichetta un discorso come “scomodo” o “ideologico” per distruggere la credibilità di chi lo pronuncia senza dover mai rispondere nel merito dei fatti sollevati.

In ogni caso, l’ispezione non viene presentata come un atto di censura, ma come una “verifica delle condotte” o una tutela della “neutralità” scolastica.

È una cattura discorsiva in piena regola. si ridefiniscono i termini del gioco per far apparire la ricerca della verità come una bizzarra anomalia.

Le agenzie di stampa e i media finiscono spesso per fare da megafono a queste versioni ufficiali, perdendo quella funzione di guardiani che dovrebbero avere in una democrazia sana. Se la finestra di Overton, che definisce ciò che è socialmente accettabile dire, viene ristretta con la forza della burocrazia, il rischio è che il dibattito pubblico perda la sua libertà di espressione.

Un’armatura di coscienza per il domani

Arrivati a questo punto, potresti sentirti come se fossi bloccato in un vicolo cieco. Ma la democrazia non è un pezzo di carta in una bacheca ministeriale: è un esercizio continuo di coscienza.

Se vogliamo migliorare come democrazia è bene imparare che non possiamo possiamo permetterci il controllo di una comunicazione privata, come quella del docente.

Chi sta muovendo i fili?

Sono certo che non ci sia un entità malefica, ma al mondo degli affari e ad una parte della politica conviene non mettersi contro certi popoli, piuttosto che altri.

Quando vedi qualcuno attaccato per una comunicazione privata e pacifica, sospetta sempre che ci sia sotto una manovra di distrazione.

Un docente, dopo la scuola, è libero di essere amico dei suoi studenti e dire tutto ciò che vuole, nei limiti della legalità.

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