Falcone e Borsellino: la memoria dei martiri come scudo politico

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Andrea Rattacaso

Spesso, quando in passato ho scritto sulla politica italiana, qualcuno ha commentato con affermazioni del tipo “Questa non è politica”. Non aveva tutti i torti e, anzi, effettivamente, la politica vera ha tutto un altro significato.

Eppure, a volte ho la sensazione di ascoltare l’omino del bar che racconta la sua formidabile avventura da latin lover e tutti gli ascoltatori, con la birra in mano, ridono ben sapendo che racconta balle.

Ecco, la politica a volte assomiglia a questo: il 19 luglio scorso si celebrava il sacrificio di chi ha dato la vita per lo Stato, evocando nomi che sono diventati cattedrali della nostra coscienza civile.

Ma giorni fa, in un’aula parlamentare, quelle stesse voci hanno alzato un muro contro ogni intento di lotta alla mafia.

Hanno detto “No” al sequestro di alcune chat che potrebbero raccontare molto su come il potere e il crimine si sfiorano.

È il solito gioco di prestigio antico quanto il mondo: usare la luce dei martiri per proiettare ombre sulle proprie azioni quotidiane.

Il rito del ricordo come anestesia

In democrazia, fa comodo a tutti avere figure di riferimento dall’alto valore simbolico.

Sono dei veri e propri “termini scudo”.

Li usi per disimpegnarti dalle critiche con affermazioni a rischio zero: quando invochi Borsellino, o Falcone, e pochi giorni dopo blocchi un’indagine, stai usando la “macchina del mito” che trasforma la storia in una pappa omogenea da modellare per scopi subdoli.

Questi eroi diventano materiali mitologici d’uso e consumo, svuotati del loro peso reale per diventare una facciata di legalità che lo Stato, per sua natura, fatica a mantenere integra.

È come indossare una divisa gloriosa per nascondere che si sta saltando il turno di guardia.

La grammatica della negazione plausibile

Hai mai provato a spiegare a un bambino perché non può avere un altro biscotto usando termini come “necessità, determinatezza e proporzionalità“? Probabilmente no.

Ma nel linguaggio del potere, queste parole servono a costruire la “negabilità plausibile“: definire la richiesta di un magistrato come una “ricerca a strascico” è un capolavoro di framing.

Significa cambiare il campo di gioco: l’indagine non è più un tentativo di scoprire la verità, ma un “abuso” o una “invasione di campo“.

Se convinci il pubblico che il magistrato è un “nemico politico“, ogni sua mossa diventa un atto di guerra invece che un atto di giustizia.

È lo stesso trucco che si usa quando si sceglie un film su Netflix: scorri le categorie finché non trovi quella che conferma i tuoi gusti, ignorando tutto il resto.

Il risveglio inizia dalla chiarezza

La manipolazione non usa quasi mai toni brutali, si presenta come la mamma che ti nasconde le verdure dentro i cibi che ti piacciono: te le fa mangiare senza che te ne accorgi.

il centrodestra compatto ha votato No in giunta per le autorizzazioni di Montecitorio alla richiesta della procura di Roma di poter avere accesso alle conversazioni tra l’ex sottosegretario Del Mastro alla Giustizia e Carroccia, il padre della sua ex socia del ristorante Bisteccherie d’Italia.

Se questa notizia fosse stata resa pubblica, con un risalto adeguato, a tutti i TG, probabilmente ci sarebbe stato un forte impatto sull’elettorato, ma non sarà così.

Gran parte degli italiani non sa nemmeno chi è Del Mastro e, tra quelli che lo sanno, solo una minoranza saprà che hanno vietato l’accesso alle chat.

Ricorda:

Tra il mare di dati che assorbiamo tutti i giorni dal lavoro, dalla famiglia e dai social, chi mai avrà un po’ di spazio nel cervello per una vicenda politica così tecnica?

Senza una chiarezza delle informazioni, svegliarsi sarà sempre più difficile.

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