Il problema del provvedimento “Chat control” nel controllo delle masse

Written by:

Andrea Rattacaso

Oggi non parliamo tanto di manipolazione ma, piuttosto, di controllo.

Quando scambi messaggi, generi energia informativa e, in un sistema che funziona correttamente, questa energia dovrebbe rimanere chiusa tra te e il tuo interlocutore.

Nelle nostre democrazie, questo “isolamento informativo” si chiama crittografia end-to-end ma, a Bruxelles, qualcuno ha deciso che è arrivato il momento di monitorare la tua comunicazione, indipendentemente che sia scritta, audio o video.

Si chiama Chat Control, è una proposta che somiglia un po’ all’idea di poter guardare dentro un sistema sigillato senza romperlo.

Purtroppo, nel momento in cui il potere inserisce un meccanismo di controllo nelle tue chat, anche per misure di sicurezza, cambia per sempre lo stato della materia democratica in cui viviamo.

Il buco nella parete

Immagina che la crittografia sia una parete spessa che impedisce dispersioni di calore.

La Commissione Europea ci dice che non vuole abbattere la parete, dice di voler solo installare un piccolo sensore all’interno del tuo smartphone, prima che il messaggio venga sigillato o subito dopo che è stato aperto.

Gli esperti lo definiscono una backdoor funzionale, un po’ come dire che la tua casa è sicura perché la porta blindata è intatta, ma abbiamo installato una telecamera nel corridoio che trasmette direttamente in centrale.

Potrà anche essere efficace ma, in futuro, potrebbe essere una modalità per decidere cosa deve essere amplificato e cosa deve restare invisibile.

Nella pratic, se il sistema rileva qualcosa che non gli piace, la tua comunicazione privata viene utilizzata dallo Stato per giudicarti.

Ciò è un male, un disordine dove la fiducia nelle istituzioni evapora e resta solo il controllo.

Il consenso forzato

Per far accettare una tecnologia così invasiva, il potere usa la strategia dell’emotività:si punta dritto alla pancia, usando i bambini come combustibile per generare sdegno e paura.

Si impone una risoluzione drastica in un momento di emergenza morale, in modo che l’opinione pubblica accetti di cedere una parte della propria libertà in cambio di una promessa di sicurezza.

La manipolazione delle masse agisce qui come un catalizzatore chimico, accelera la reazione di accettazione di riforme che, in tempi di pace, verrebbero considerate assurde.

Vediamo scivolare la finestra di Overton verso un orizzonte dove la sorveglianza generalizzata diventa la norma accettabile. In questo scenario, la democrazia smette di essere un ecosistema di crescita volontaria e diventa un inceneritore che brucia i tuoi diritti per mantenere la propria stabilità.

Disarmare la pressione della sorveglianza

Morihei Ueshiba insegnava che l’arte della pace consiste nel non resistere alla forza, ma nel neutralizzarla armonizzandosi con essa.

Di fronte alla spinta verso il Chat Control, non serve una resistenza violenta, ma un risveglio della coscienza vigile: dobbiamo imparare a leggere tra le righe delle proposte legislative e chiederci sempre a chi giova il silenzio critico.

E ci si augura che i parlamentari europei, al momento del ritorno dalle vacanze, siano abbastanza svegli dal migliorare questo provvedimento sul nascere.

Una soluzione complicata

Alternativamente, ammetto che mi piacerebbe sapere che le autorità potessero intervenire per leggere le chat di un presunto pedofilo o stupratore, o mafioso o terrorista.

Il problema è che ciò non è fattibile.

Creare una backdoor funzionale che magari può essere aperta da un’autorità giudiziaria di cui mi fido, ad esempio la Magistratura, non è sufficiente.

In informatica non esiste una chiave che apre la porta solo ai “buoni”. Se viene creata una vulnerabilità intenzionale per consentire l’accesso alle istituzioni, quella stessa porta diventa automaticamente un bersaglio per:

  • hacker criminali e cyber-terroristi;
  • agenzie di intelligence straniere;
  • governi autoritari;
  • aziende big tech.

Per azzerare completamente il rischio di crimini online, bisognerebbe eliminare ogni spazio di riservatezza, trasformando la società in uno stato di sorveglianza perenne.

Purtroppo, se si crede nel libero arbitro, bisogna accettare che l’uomo abbia uno spazio di poter dire tutto quello che vuole nel bene e nel male, cercando di investire nella cultura per incentivare e promuovere i comportamenti più virtuosi e rispettosi verso gli esseri umani più deboli.

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