Le immagini che formano la nostra anima collettiva

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Andrea Rattacaso

Hai mai guardato una foto e sentito subito un’emozione forte prima ancora di capire chi ci fosse ritratto. Succede a tutti.

Quando guardiamo l’immagine di un leader, ma anche di un personaggio che stimiamo come un campione dello sport o un grande scienziato, spesso proiettiamo su di lui i nostri desideri o le nostre paure.

Nella comunicazione politica moderna, la fotografia non è mai un semplice scatto rubato, è un’arma chirurgica. È un modo per costruire un’anima collettiva.

I leader oggi non sono solo persone; sono prodotti confezionati per apparire “sinceri” davanti all’obiettivo. Ma attenzione: se provi a seguirne una verità costruita dai professionisti della persuasione, finisci dritto in una sala degli specchi pensata per farti vedere solo quello che il potere vuole.

Ogni bene imposto attraverso la manipolazione visiva è un’illusione: non risolve i problemi, li trucca.

Il valore della santità laica

Essere considerati “Santi” non è sempre un vantaggio, soprattutto perché poi tutti ti fanno la radiografia ai raggi X per esaminare il tuo comportamento secondo i precetti della religione.

Però, cosa accadrebbe se diventassi il santo di una religione dove sono io a scrivere le regole?

Per accrescere il valore di un leader, gli esperti usano quella che Aldous Huxley chiamava “persuasione per associazione”. Prendono il candidato e lo piazzano vicino a simboli che la gente considera indiscutibilmente buoni.

Pensa alle bandiere, alle statue dei caduti in guerra o persino vicino al busto di qualche vecchio dittarore. È una ginnastica simbolica che serve a trasferire il prestigio del simbolo sulla persona.

In Italia abbiamo visto maestri di questa disciplina: il “berlusconismo” ha introdotto un’estetica televisiva rassicurante, fatta di ottimismo e sorrisi smaglianti.

Il leader viene ritratto come un “eroe del fare”, uno che ha avuto successo nella vita privata e che quindi “salverà” la nazione.

Insomma, il trionfo della videopolitica: i media trasformano ogni gesto banale in un simbolo di potere. Si punta a creare un’identificazione immediata, quasi una devozione religiosa che mette in secondo piano i programmi elettorali.

E, senza dubbio, Silvio Berlusconi è stato uno dei migliori al mondo considerando che l’Italia non è mai stata in dittatura durante la sua carriera politica.

La gogna del ridicolo organizzato

Ma l’immagine serve anche a distruggere.

La tecnica più vecchia del mondo è dare un volto al male. Personalizzare il nemico serve ad alimentare l’odio verso di lui in modo semplice e diretto. Si inquadra l’avversario in momenti di debolezza o si scelgono foto dove appare “malvagio” o ridicolo.

Faccio più esempi, bipartizan:

Fig.1 – Giorgia Meloni si nasconde nella Giacca (articolo del Wall Street Journal).
Fig. 2 – Foto di Elly Schlein con una smorfia in un articolo sul Secolo d’Italia
Fig. 3 – Giuseppe Conte con alle spalle la bandiera arcobaleno, durante una manifestazione, utilizzata in un articolo su Il Giornale
Fig.4 – Immagine di Matteo Salvini durante le sue vacanze private, in un articolo critico pubblicato su Il Messaggero

Giusta o sbagliata che sia la critica conta poco, si tratta di una vera e propria demonizzazione che agisce sulle emozioni più basse, come la rabbia o il disprezzo.

Durante le manifestazioni, ad esempio, alcuni media usarono campagne visive per marcare i manifestanti come “delinquenti” in senso, privandoli di ogni dignità politica.

E, in questo modo, si pongono le basi per la riduzione al silenzio illocutorio: ti viene permesso di parlare, ma la tua immagine è stata così ridicolizzata che le tue parole non hanno più alcun peso.

Accade così che una persona di destra, seppur possa dire cose ragionevoli sulla gestione dell’immigrazione, viene bollata come razzista senza nemmeno entrare nel merito della sua argomentazione.

Stessa cosa, un politico del M5S che propone una politica innovativa di qualche paese che è riuscito ad applicarla con successo, viene bollato come incompetente.

E potrei continuare all’infinito con il bollino di fascista, comunista, ecc.

Alla fine, se l’altro è ridotto a una macchietta, il dialogo scompare. Resta solo lo scontro tra il bene assoluto rappresentato da chi la pensa come noi e il male assoluto incarnato da chi la pensa diversamente.

Il trucco del framing sulle immagini

C’è poi un trucco ancora più sottile che si può usare sulle immagini: il framing, di cui abbiamo già parlato e su cui prossimamente scriverò un post dedicato.

Consiste nel mostrare solo un frammento della notizia, staccandolo dal contesto originale per cambiargli significato. Quindi, ad esempio, se il leader sotto attacco va da una cerimonia solenne e, in 4 ore, sbadiglia, sul giornale pubblicheranno la foto di questo momento comunicando il suo disinteresse per l’evento.

È un po’ come guardare il mondo dal buco della serratura: vedi solo quello che ti lasciano vedere.

Un altro esempio classico è la foto di una fialetta agitata da Colin Powell davanti all’ONU: un’immagine diventata il simbolo di una minaccia imminente che si è poi rivelata falsa:

Fig. 5 – Articolo de Il Manifesto con la famosa foto di Colin Powell

Oggi, con l’intelligenza artificiale, siamo passati al livello successivo: il riciclaggio delle informazioni o information laundering.

Si creano video, messi in scena con attori, che vengono fatti circolare come se fossero riprese amatoriali spontanee.

Questi contenuti inquinano il dibattito pubblico perché l’immagine, specie quella in diretta, ha un “potere magico di verità” a cui è difficilissimo resistere.

Spostare i pali con la finestra di overton

L’uso massiccio di immagini polarizzanti serve a far scivolare la finestra di Overton. Si tratta di quel carrello invisibile delle idee che la società considera accettabili.

Manipolando ciò che vediamo ogni giorno sui social e in TV, il potere può rendere normale ciò che ieri era considerato assurdo: prima ci si abitua a vedere il nemico ridicolizzato, poi lo si vede demonizzato, infine lo si vede cancellato.

In un ecosistema dove, con l’amplificazione dei social, il confronto sparisce e la radicalizzazione aumenta, la massa di cittadini diventa inerte, facile da spostare come un sasso in uno stagno.

Allenarsi a guardare oltre il riflesso dello stagno

Per non farsi schiacciare da questa forza, dobbiamo imparare, non a resistere frontalmente alla manipolazione, ma a neutralizzarla osservandone i meccanismi.

Diffida delle immagini troppo perfette o troppo “sincere”: la realtà ha sempre delle crepe che la propaganda cerca di nascondere.

Se un leader viene sempre associato a simboli sacri e l’avversario a immagini ridicole, chiediti chi sta controllando il montaggio.

Salvare la cultura e la democrazia significa accettare che la verità sia faticosa e che la bellezza non possa essere censurata o fabbricata in laboratorio.

Sarà la capacità di guardare oltre lo slogan e di ritrovare quell’indipendenza di pensiero a donarci la libertà, una libertà che nessuna gogna visiva potrà mai spegnere del tutto.

Perché, alla fine, la coscienza è l’unica luce capace di illuminare la terra senza sentieri in cui camminiamo ogni giorno.

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