Perché continuiamo a votare il partito politico “sbagliato”

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Andrea Rattacaso

Ammettiamolo: la nostra relazione con l’informazione e la politica somiglia a un matrimonio stanco, di quelli dove ci si siede a tavola e si guarda lo smartphone pur di non affrontare una discussione vera.

Ti sei mai chiesto perché sia così faticoso informarsi seriamente o perché, quando le cose vanno male, facciamo di tutto pur di non ammettere che quella crocetta sulla scheda elettorale l’abbiamo messa noi?

Non è solo pigrizia. È un sofisticato sistema di seduzione e manipolazione che ci ha convinti a delegare il nostro pensiero critico in cambio di una rassicurante bugia.

Se vogliamo ricostruire una cittadinanza consapevole, dobbiamo prima capire come siamo finiti in questo amore tossico con la post-verità.

Siamo stanchi di essere delusi tutte le “prime volte” che diamo fiducia ad un soggetto politico

Partecipare alla democrazia richiede un impegno costante, una sorta di manutenzione quotidiana del rapporto che molti di noi non sono più disposti a fare.

La nostra mente soffre di quella che gli esperti chiamano fatica cognitiva. In un mondo dove siamo sommersi da una mole enorme di dati, scegliere di approfondire un tema complesso è come decidere di leggere un manuale di istruzioni di mille pagine invece di guardare un tutorial di trenta secondi su YouTube.

In contesti di stress, precarietà o semplice sovraccarico mentale, il nostro cervello cerca la via più breve: preferiamo risposte semplici, dirette e magari gridate.

È la “razionalità a bassa informazione“: ci accontentiamo di quello che sappiamo già per non dover affrontare la fatica di rimettere tutto in discussione.

Vivere in una bolla di approvazione e di pregiudizi

Hai presente quando, con persone con cui vai molto d’accordo, fate solo cose che piacciono a entrambi?

Condividere il piacere è molto meglio che goderne in solitudine e o social network hanno trasformato questa dinamica in un’istituzione politica chiamata bubble democracy.

Grazie a algoritmi che ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, veniamo attirati e rinchiusi in bolle digitali dove ogni contenuto conferma le nostre idee di partenza.

Ed esserne risucchiato è molto più facile di quanto credi:

  • elimini o blocchi chi la pensa diversamente da te;
  • commenti e lasci like a chi la pensa come te;
  • l’algoritmo farà apparire sulla bacheca dei social solo ciò che ti piace
  • ma mano che le interazioni si intensificano, finisci per entrare in gruppi o pagine dove ci sono solo persone che la pensano come te.

Capirai che, con questo meccanismo, è facile anche convincersi che gli unicorni li tengono tutti nascosti in Calabria. È un circolo vizioso che ci allontana dal confronto con chi la pensa diversamente, rendendo il dialogo un’attività quasi dimenticata.

Ci sentiamo al sicuro, è vero, perché sentiamo solo il nostro eco, ma questa “balkanizzazione” dell’informazione ci rende vulnerabili: invece di crescere come cittadini, diventiamo spettatori di uno spettacolo creato apposta per noi.

La democrazia, che dovrebbe essere il riconoscimento della fondatezza dell’opinione altrui, finisce per morire nel silenzio di queste stanze isolate.

La chimica del cervello che ci porta a tradire noi stessi

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo:

Alcuni esperimenti di neuroimaging hanno dimostrato che, quando ascoltiamo conclusioni false ma emotivamente soddisfacenti sul nostro leader preferito, riceviamo una scarica di dopamina.

In pratica, il cervello ci dà un biscottino chimico per aver mentito a noi stessi.

Questo spiega perché facciamo così fatica ad accettare la responsabilità del panorama politico attuale: ammettere di essere stati manipolati da chi abbiamo votato significherebbe rinunciare a quel piacere immediato e affrontare il dolore di un fallimento personale.

Preferiamo credere a una bugia rassicurante piuttosto che alla verità che scotta, perché la verità richiede un cambiamento che ci spaventa.

Il gaslighting dei fischietti per cani

I leader che abbiamo scelto sono diventati maestri nel manipolare il nostro terreno comune attraverso i dogwhistles, quei “fischietti per cani” linguistici che inviano messaggi in codice solo a una parte del pubblico.

Usano espressioni apparentemente neutre per attivare in noi risentimenti e paure profonde, senza mai sembrare apertamente intolleranti.

È una forma di cattura discorsiva: prendono parole bellissime come “sicurezza”, “famiglia” o “libertà” e le svuotano di senso per coprire agende che spesso vanno contro i nostri stessi interessi.

In Italia, abbiamo visto per decenni come l’etichetta di “comunista” sia stata usata per delegittimare chiunque provasse a esercitare un controllo critico sul potere, dai magistrati ai giornalisti.

È il trucco del manipolatore: sposta l’attenzione su un nemico immaginario per non farti vedere cosa sta succedendo davvero in casa tua.

Perché è così difficile separarci dall’ignoranza

C’è poi una strategia ancora più sottile: l’esternalizzazione della responsabilità.

Delegare tutto a un leader forte riduce il nostro senso di colpa e la nostra ansia. Se le cose vanno male, è colpa del “sistema”, delle “élite” o del “nemico”, mai nostra.

Anzi, spesso il potere ci spinge verso l’auto-colpevolezza solo per le nostre difficoltà economiche, così siamo troppo impegnati a sentirci dei falliti per accorgerci che il problema è collettivo e politico.

Questa è la produzione intenzionale di ignoranza attraverso la saturazione di voci allineate che fanno apparire il dissenso come una bizzarra opinione isolata.

Meglio votare i vecchi che dar potere al nemico di turno

Nel contesto europeo e italiano, questa manipolazione è diventata una prassi consolidata.

Il berlusconismo è stato il laboratorio perfetto per questa politica spettacolarizzata, dove l’identificazione con il successo del leader sostituiva la riflessione sui programmi.

Oggi quel modello si è evoluto, ma i meccanismi sono gli stessi: si creano crisi istituzionali per poi vendere riforme che aumentano il controllo politico sotto la maschera dell’efficienza.

Si gioca con la Costituzione come se fosse un giocattolo, banalizzando il patrimonio più prezioso che abbiamo per miopi giochi di potere.

Il risultato è un arretramento democratico che mina alla base la fiducia tra i cittadini e lo Stato.

Ricostruire una relazione sana con la verità

Come si esce da questa relazione tossica?

Non mi stancherò mai di dire che l’umanità evolve grazie alla coscienza, non attraverso il controllo.

Dobbiamo imparare a “disarmare” le tecnologie della manipolazione, rendendole trasparenti e contestabili.

Il web, che può essere uno strumento di balkanizzazione, è anche una risorsa eccezionale per bypassare i filtri del potere e accedere ai fatti nudi e crudi.

Ma serve un “fiuto” critico: dobbiamo imparare a identificare non solo ciò che viene gridato, ma soprattutto ciò che viene sistematicamente taciuto.

  • Riconoscere la propria fallibilità: ammettere di essere stati ingannati è il primo passo per smettere di esserlo.
  • Coltivare la complessità: diffidare di chi offre soluzioni semplici a problemi che hanno radici profonde.
  • Sostenere i corpi intermedi: tornare a organizzarsi dal basso, nelle associazioni e nei movimenti, per non restare atomizzati davanti allo schermo.
  • Esigere accountability: pretendere che chi abbiamo votato renda conto delle proprie decisioni in modo trasparente e verificabile.

Non lasciarti incantare da chi ti promette di pensare al posto tuo.

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