Attenzione, il nemico comunista è tornato a minacciare gli USA 😂.
Hai sentito l’ultimo discorso di Trump della festa dei 250 anni dall’idipendenza americana?
Donald Trump è salito sul palco al Mount Rushmore, ha puntato il dito e ha gridato: “Comunismo!”. Ha paragonato la situazione attuale a Pearl Harbor o all’11 settembre.
Insomma, è la classica mossa del manipolatore che crea un nemico assoluto per farti dimenticare che, fuori dalla porta, l’economia e i prezzi dei generi alimentari ti stanno togliendo il fiato.
Il fantasma dell’ex che non muore mai
In politica, come nei peggiori rapporti di coppia, quando non hai nuovi argomenti per farti amare, tiri fuori i vecchi rancori.
Non voglio darti consigli per manipolare la tua coppia ma, purtroppo, la strategia della demonizzazione è un grande classico: si trasforma qualcuno o qualcosa che ci fa comodo nel “male assoluto”.
Trump mica parla di missili sovietici, ma di persone che vivono nella porta accanto, con cognomi che non suonano familiari con cadenze musulmane come Obama o Mamdani.
È quello che chiamiamo framing: ti mostro solo un pezzetto della realtà, lo coloro di tinte fosche e ti dico che quella è l’unica verità possibile.
In Italia conosciamo bene questo trucco. Dal 1994, il termine “comunista” è stato usato come un’etichetta adesiva da appiccicare su chiunque desse fastidio al leader di turno: magistrati, giornalisti, professori universitari.
Non importa se il comunismo reale è finito da un pezzo; l’importante è che la parola evochi in te un brivido di paura.
Guardare altrove mentre la casa brucia
Perché Trump parla di Karl Marx se tu sei preoccupato per il costo della benzina? Semplice: si chiama strategia della distrazione.
Se il tuo partner ti riempie la testa di storie su complotti globalisti o minacce invisibili, non avrai tempo di chiedergli perché il conto in banca è vuoto.
È una manipolazione del terreno comune: i social network e i media polarizzati ci chiudono in una bolla dove discutiamo solo di quello che vuole il “regista” dello spettacolo. Siamo di fronte alla bubble democracy, dove invece di confrontarci sui problemi reali, ci urliamo addosso slogan preconfezionati che servono solo a farci sentire parte di una squadra contro l’altra.
Ci parlano come se avessimo sei anni
Hai notato come certi leader usano frasi brevissime e concetti elementari? “O noi o loro”. “L’asse del bene contro il male”.
Non è un caso.
È la regola numero tre di Noam Chomsky: rivolgersi al pubblico come se fosse composto da bambini piccoli. Si usa un linguaggio semplice, emotivo e rassicurante per aggirare il tuo pensiero critico.
È come quando un genitore dice: “fidati di me, non puoi capire queste cose complicate, lascia fare a papà”. Questa infantilizzazione serve a farti accettare soluzioni drastiche come se fossero l’unica via d’uscita razionale a un problema che è stato gonfiato ad arte.
Dal nuovo male può nascere qualcosa di buono?
Ma mentre la vecchia politica urla al lupo, dai cittadini possono crearsi importanti anticorpi democratici e non con i grandi finanziamenti dei miliardari, ma con il cosiddetto soft power: la capacità di creare consenso dal basso attraverso la partecipazione reale.
L’impegno di gruppi sociali per raccogliere fondi e motivare i giovani può incentivare nuovi soggetti politici a fare cose concrete: sanità per tutti, istruzione gratuita, fine delle guerre.
Per qualsiasi governo che voglia manipolare i cittadini, questo è un incubo peggiore di qualsiasi crisi di partito: è la prova che gli elettori stanno cercando un altro tipo di relazione, più basata sui fatti che sulle promesse vuote.
Messaggi in codice e fischietti per cani
Quando Trump parla di “estremisti appena arrivati”, sta usando una classica tecnica per attivare il risentimento razziale senza sembrare apertamente intollerante.
Magari poi aggiunge una chiosa rassicurante a un’offesa per renderla accettabile. Ti dico “non sono razzista, ma…” e poi scarico sui migranti o sulle minoranze la colpa di ogni fallimento dello stato, anche se magari non è attribuito al nemico politico di opposizione.
Questa tecnica sposta gradualmente il confine di ciò che è permesso dire in pubblico, rendendo normale l’odio.
Eppur preferiamo una bugia rassicurante
Ma perché ci caschiamo sempre? Non solo gli USA ma pure in Italia.
La neuroscienza ci dà una risposta che scotta:
il nostro cervello ci premia quando crediamo a una bugia che conferma i nostri pregiudizi.
Quando ascoltiamo qualcuno che dà la colpa dei nostri problemi a un nemico esterno, riceviamo una scarica di dopamina.
Ci sentiamo meglio, più sicuri, parte di un gruppo “giusto”. La manipolazione delle masse oggi usa la chimica del piacere e la paura della morte.
È molto più facile seguire un leader che ci urla contro un nemico immaginario che fare la fatica di informarci, confrontarci e crescere come cittadini consapevoli.
Scegliere la crescita invece del controllo
La vera democrazia non è un contratto di possesso, ma una libera scelta quotidiana.
Quando senti qualcuno che cerca di controllarti attraverso il terrore di un fantasma del passato come il comunismo chiediti sempre: cosa sta cercando di nascondermi?
Il vero progresso non nasce dall’imposizione di una verità dall’alto, ma dalla voglia di ascoltare voci diverse, anche quelle che hanno nomi difficili da pronunciare.
Non lasciarti incantare dalla retorica dello scontro perenne.
La manipolazione è come un partner tossico: ti fa credere che senza di lui sei perduto, mentre la verità è che solo nella libertà di pensiero e nel rispetto reciproco puoi finalmente ricominciare a respirare.




Lascia un commento