A volte mi chiedo: se gli algoritmi dei social media guadagnano sulla nostra polarizzazione e sui nostri “litigi”, è possibile immaginare un modello economico diverso che premi invece la qualità dell’informazione e la costruzione di un terreno comune?
Sinceramente, la vedo dura ma oggi posso approfittarne per introdurti un nuovo argomento.
Se ti è già capitato di discutere con qualcuno su un social network e avere la sensazione che stavate vivendo in due pianeti diversi, forse il tuo incontro on-line non è stato un caso.
Non parlo solo di avere opinioni di cui ognuno di noi ha diritto di avere, ma di fare riferimento a fatti, dati e “verità” che sembrano non avere alcun punto di contatto. Questa è ciò che viene definita “balkanizzazione” dell’informazione, una parola complicata per descrivere una realtà molto semplice:
il nostro pianeta informativo si è frantumato in tante piccole isole isolate e spesso ostili tra loro.
Dalle agenzie per tutti alle “camerette” per pochi
Per capire come siamo finiti qui, dobbiamo fare un passo indietro.
Un tempo, l’informazione era un sistema “all’ingrosso” maggiormente monopolizzato da pochi soggetti. Le agenzie di stampa come l’ANSA raccoglievano i fatti e li distribuivano ai giornali, che poi li “cucinavano” secondo la loro linea editoriale.
Successivamente alla diffusione dell’informazione, esisteva un terreno comune di conoscenze condivise che permetteva a tutti di discutere partendo dalle stesse premesse.
Questo non era necessariamente un bene o un male in sè ma, semplicemente, il fenomeno della balkanizzazione era circoscritto a chi magari comprava solo un tipo di giornali o guardava solo una tipologia di talk show.
Oggi, invece, il web ha moltiplicato le fonti.
Se da un lato questo sembra un trionfo della libertà, dall’altro ha portato a creare delle “stanze virtuali” di comunicazione: invece di usare Internet per esplorare nuovi punti di vista, tendiamo a chiuderci in gruppi ideologicamente omogenei. È un po’ come se, invece di stare tutti in una grande piazza a parlare, ci fossimo rinchiusi in tante camerette separate dove sentiamo solo l’eco della nostra stessa voce.
La fabbrica delle bolle: algoritmi e psicologia
Ma perché lo facciamo? In parte è colpa della nostra testa:
tendiamo a credere a ciò che conferma quello che già pensiamo e a scartare ciò che ci mette in crisi.
Ma la vera spinta arriva dai social media.
Piattaforme come Facebook non sono nate per informarti, ma per tenerti incollato allo schermo. E cosa ti tiene più sveglio dell’indignazione o della conferma che “tu hai ragione e gli altri sono cattivi”?
Gli algoritmi imparano i tuoi gusti e ti servono una dieta personalizzata di notizie. Il risultato è la creazione di filter bubbles (bolle di filtraggio) dove la realtà viene filtrata per non darti mai fastidio.
In queste bolle, la verità conta meno dell’appartenenza al gruppo.
L’asimmetria del sistema: non tutte le isole sono uguali
La balkanizzazione non è sempre simmetrica. In Italia, come anche in altri paesi democratici, si osserva che ci sono fazioni politiche che tendono ancora a consultare media che seguono norme giornalistiche professionali (quelli che chiamiamo mainstream), mentre in altre si è creato un ecosistema molto più isolato e radicalizzato.
Ciò accade a destra, a sinistra e anche in altri “movimenti”. E, che sia chiaro, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, perché in ogni soggetto politico c’è una parte sana e una marcia, in percentuali diverse ovviamente.
In questo mondo a parte, le notizie non vengono verificate confrontandole con la realtà, ma in base a quanto confermano l’identità del gruppo. Questo crea un “ciclo di feedback della propaganda” dove politici e media si spingono a vicenda verso posizioni sempre più estreme per non perdere il proprio pubblico. Chi prova a dire la verità o a fare un reality-check viene espulso dall’isola come un traditore.
Le conseguenze: disorientamento dei cittadini e il collasso del contesto
Perché tutto questo dovrebbe preoccuparti?
Perché quando l’informazione si balkanizza, la democrazia smette di funzionare. Se non siamo d’accordo nemmeno su cosa sia un “fatto”, come possiamo decidere insieme come gestire la sanità, la scuola o l’ambiente?
L’effetto finale è la disorientazione: un termine tecnico per descrivere quella sensazione di non sapere più a chi credere.
In un ambiente informativo così frammentato e inquinato da clickbait (notizie-esca create solo per fare soldi), il cittadino medio finisce per ritirarsi, diventando passivo o, al contrario, radicalizzandosi ancora di più. È il trionfo dell’agnotologia, dove la confusione viene usata come arma politica per impedire ogni discussione razionale.
Inoltre, sui social viviamo il “collasso del contesto”.
Un post scritto per un gruppo di amici può finire davanti a migliaia di estranei che non conoscono il tono o le premesse, scatenando ondate di odio e incomprensione. Tutto questo rende la comunicazione civile quasi impossibile, trasformando il web in un campo di battaglia geopolitico dove anche attori stranieri possono inserirsi per alimentare le divisioni.
Investire nella consapevolezza
La tecnologia non è neutra, ma non è nemmeno l’unico colpevole.
La balkanizzazione è il risultato della complessa “reazione chimica” tra algoritmi commerciali, fragilità psicologiche umane e una politica che ha smesso di cercare il bene comune per inseguire il consenso istantaneo. Una “reazione chimica” di cui ancora non siamo consapevoli del suo meccanismo e di quali prodotti possiamo ottenere,
La buona notizia? Siamo ancora in tempo per costruire dei ponti ma, per farlo, dobbiamo smettere di essere consumatori passivi e diventare “cittadini monitoranti”, imparando a riconoscere le trappole delle nostre stesse bolle.
Dobbiamo pretendere dai media non una neutralità di facciata (che spesso sfocia nel paradosso del falso equilibrio), ma una veridicità responsabile basata su prove e trasparenza.
E, se questa neutralità non ce la danno, dobbiamo costruire noi stessi un sistema di approvvigionamento di notizie che ci permetta di leggere tra le righe di un’informazione manipolata ad arte.




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