Roger Scruton, l’oicofobia e la tutela della nostra eredità

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Andrea Rattacaso

Oggi vi parlo di un’uomo, Roger Scruton, filosofo, scrittore e accademico britannico, considerato uno dei pensatori conservatori più importanti e influenti del mondo contemporaneo

Pare che credesse fermamente che le cose che hanno un valore reale non vadano trasformate in fretta, ma preservate con cura meticolosa.

Se vivi in una casa antica che adori, non cerchi di farla sembrare una villa moderna preconfezionata: cerchi di restaurarla rispettando la sua anima.

Per Scruton, la cultura occidentale era esattamente come quella casa: un ecosistema complesso fatto di tradizioni, leggi e bellezza che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri posteri e che abbiamo il dovere di proteggere dai parassiti del nichilismo.

PS: il nichilismo è una corrente filosofica che nega l’esistenza di valori assoluti, di verità oggettive e di un significato ultimo della vita Il termine deriva dal latino nihil (nulla) e indica, in senso generale, l’atteggiamento di chi rifiuta i fondamenti tradizionali della morale, della religione e della conoscenza.

Per farti capire, se senti frasi del tipo:
– Tanto non importa a nessuno.
– Perché ti arrabbi? Non cambia nulla.
– È tutto perfettamente inutile.
– Alla fine, che differenza fa?”
– Giusto o sbagliato sono solo parole.
– Ognuno si inventa le proprie illusioni.


Sei di fronte ad un atteggiamento nichilista.

La malattia dell’albero che odia le sue radici

Il concetto più celebre che questo studioso ha riportato alla luce è quello di oicofobia. Non lasciarti spaventare dalla parola difficile, deriva dal greco oikos, casa, e indica letteralmente l’odio per la propria dimora.

In termini di manipolazione delle masse, è un parassita invisibile che agisce sulla coscienza dei cittadini, è quella spinta psicologica che porta un popolo a rinnegare il proprio retaggio, a sentire la propria storia come una gabbia soffocante dalla quale evadere a ogni costo.

Secondo Scruton, quando una massa inizia a odiare il proprio terreno culturale, diventa come un impasto di inerte nelle mani del manipolatore.

Se non hai più un “dentro” da proteggere, accetterai qualunque “fuori” ti venga imposto come l’unica via di salvezza.

Diserbante ideologico e livellamento del terreno

Questa strana forma di rifiuto di sé non nasce per caso.

Affonda le sue fibre nelle teorie della Scuola di Francoforte, dove la critica totale a ogni principio di autorità, paterna, politica o spirituale, ha preparato il terreno per lo sradicamento odierno.

Il risultato è un’asfissiante uniformità che nega la varietà del pensiero. È come un gioco delle tre carte applicato all’ecologia: si finge di celebrare la diversità delle specie, ma poi si pretende che ogni pianta produca certi frutti e cresca in modo identico.

Poi, se provi a fiorire fuori dal coro, arriva la mannaia della cancel culture, un metodo di potatura decisamente aggressivo che non si limita a togliere le erbacce, ma punta a eliminare intere querce secolari come Dante o Omero perché giudicate “non in linea” con i fertilizzanti morali del momento.

In questo scenario, la cultura smette di essere un’occasione di crescita volontaria e diventa una vittima sacrificale sull’altare del “mi sento offeso“.

Innesti di verità in un mondo artificiale

Scruton, da grande accademico, sapeva attingere dalla filosofia classica per partorire sue idee.

Ha scritto opere fondamentali, come il suo saggio su Spinoza, dimostrando una capacità rara di collegare i saperi in un unico corpus vivo.

Il suo sguardo era vigile contro quella che chiamava la soggettivizzazione dell’esistente: l’idea che la realtà non esista più e che contino solo le opinioni personali e l’autopercezione del singolo.

Quando la società rinuncia alla verità oggettiva per abbracciare un relativismo estremo, apre la porta a un totalitarismo sottile gestito da chi amministra l’unica “verità” rimasta: quella del più forte o dell’algoritmo più veloce.

In questo deserto di fatti, l’oicofobia agisce come un veleno che disorienta la popolazione, rendendola incapace di distinguere un fiore autentico da un’imitazione digitale costruita per manipolare il consenso.

Custodire il bosco per le generazioni future

Cosa possiamo imparare oggi da questo protettore della nostra eredità culturale? La sua lezione è che il vero progresso non nasce dalla forza che impone un canone “corretto“, ma dalla libertà di scelta e dalla crescita organica di una coscienza consapevole.

Salvare la cultura significa accettare che il terreno del passato possa essere faticoso o imperfetto, ma è proprio da quelle crepe nel marmo dei monumenti che dobbiamo trarre insegnamento.

Non sarà l’abbattimento di una statua a renderci più giusti, ma la nostra capacità di guardarla negli occhi e capire dove abbiamo sbagliato, senza mai smettere di respirare l’aria libera del confronto leale.

Perché alla fine saranno solo i benefici autentici, quelli che il sacrificio dei nostri avi ci hanno permesso di vivere nel benessere, quelli che non hanno paura della verità e che non cercano il controllo, a salvare veramente il nostro terreno condiviso dal grigiore di chi ci vuole dominare.

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