Hai mai provato a entrare in casa tua e sentirti all’improvviso un estraneo. O peggio, a provare un fastidio sottile per ogni oggetto, ricordo o foto appesa alle pareti.
È una sensazione strana, quasi fisica. Quando iniziamo a odiare ciò che ci circonda, spesso stiamo solo proiettando all’esterno un conflitto che ci portiamo dentro, senza averlo risolto.
Benvenuto nel territorio dell’oicofobia.
Non è un termine complicato come sembra, viene dal greco oikos, casa, e phobia, paura o rifiuto. Letteralmente, è l’odio per la propria casa.
Ma qui non parliamo di muri e tetti, parliamo della nostra cultura, del nostro essere italiani, delle nostre tradizioni e di tutto quel bagaglio che chiamiamo identità.
Roger Scruton ha rispolverato questo termine per descrivere un fenomeno che sta agitando le acque delle nostre democrazie occidentali.
È quella spinta che ci porta a rinnegare chi siamo per abbracciare un’idea astratta di purezza universale, è come se cercassimo di neutralizzare la nostra storia invece di armonizzarci con essa, scordandoci tutti morti e i sacrifici che hanno permesso il benessere di cui stiamo godendo oggi.
Un albero che taglia le sue stesse
radici non diventa più libero: semplicemente cade.
Il peso invisibile della colpa collettiva
La manipolazione delle masse oggi usa il sussurro della coscienza.
L’oicofobia è un’arma potentissima perché agisce attraverso la colpevolizzazione sistematica. Ti dicono che il tuo passato è un catalogo di orrori, che i tuoi padri erano solo oppressori. Che ogni tua statua è un insulto a qualcuno.
Quando una massa inizia a odiare il proprio retaggio, diventa come un impasto inerte nelle mani del potere: senza radici, sei più facile da spostare, da modellare, da dirigere.
Se non hai più un “dentro” da proteggere, accetterai qualunque “fuori” ti venga imposto come l’unica via di salvezza.
Quindi, un immigrato del sud Italia che abita al nord che non sente radici, non potrà che odiare le sue origini, ancor di più di chi abita nello stesso nord Italia.
È un gioco di prestigio psicologico che trasforma l’identità in una gabbia dalla quale evadere: ti tolgono l’appartenenza per sostituirla con un conformismo silenzioso e spaventato.
In questo scenario, il rifiuto di sé diventa il passaggio obbligato prima dell’autocensura definitiva.
Il riciclaggio del disprezzo e la cancellazione delle tue radici
Dietro questa dinamica spesso si nasconde un’attenta ingegneria del consenso che usa il trucco dell’information laundering, di cui abbiamo già parlato nello scorso articolo.
Si prende un concetto manipolato, gli si toglie l’etichetta del produttore originale e lo si fa circolare attraverso canali che sembrano indipendenti. All’improvviso, odiare la propria storia non sembra più un’imposizione, ma un atto di giustizia spontaneo e morale.
Si prendono parole bellissime come “inclusione” o “rispetto” e le si usa per coprire operazioni di vera e propria cancellazione culturale.
Infatti, l’oicofobia trova la sua spalla ideale nella cancel culture: quando una “offesa al territorio che ti sta ospitando” diventa l’unico criterio per decidere cosa possa esistere, la diversità smette di essere un’occasione di crescita e diventa una vittima sacrificale.
Si livellano le differenze in nome di un’uguaglianza che è solo uniformità soffocante, dove ti è permesso parlare, ma le tue parole sono state private di ogni autorità e peso.
Ritrovare la luce senza spegnere il passato
Morihei Ueshiba, padre dell’Aikido, spiegava che:
la vera forza non è resistere, ma armonizzarsi con la verità.
Dobbiamo tornare a essere osservatori consapevoli della nostra stessa coscienza, accettando che la nostra casa possa avere delle crepe, dei ricordi dolorosi o delle stanze buie.
Ma è proprio da quelle crepe che dobbiamo trarre insegnamento per il futuro, proprio lavorando sulle imperfezioni del ferro il fabbro lavora per ottenere la spada migliore.




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