Cancel culture: il miraggio della purezza digitale

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Andrea Rattacaso

Hai mai provato a guardare un lago calmo e a lanciare un sasso.

I cerchi dovuti all’impatto sulla superficie dell’acqua si allargano, non puoi fermarli.

La cancel culture funziona un po’ così. Nasce come un sassolino di giustizia, ma finisce per travolgere l’intera riva.

Quando puntiamo il dito per cancellare qualcuno, spesso stiamo solo cercando di eliminare un riflesso di noi stessi che non ci piace. Quella che era nata come callout culture, un modo per chiedere conto delle proprie azioni ai potenti, si è trasformata in una pratica dell’esclusione totale.

Non si chiede più un’ammissione di colpa.

Si pretende l’estinzione sociale del bersaglio. Inizialmente sembrava un allenamento per la democrazia, oggi sembra più un modo per addestrare le masse alla conformità silenziosa.

È un’arma di distrazione di massa che ci tiene occupati a litigare mentre le decisioni vere scivolano via.

Le radici del nuovo conformismo

Per capire come siamo finiti a voler bocciare Omero o Manzoni, dobbiamo fare un salto nel passato, precisamente di un secolo.

Tutto parte dalla scuola di Francoforte. Questi intellettuali hanno ribaltato il tavolo del marxismo classico, dove la lotta non è più economica, ma culturale.

Il nuovo soggetto rivoluzionario è l’individuo che cerca di liberarsi da ogni autorità: il padre, la famiglia, la tradizione. È come se si iniziasse a far diventare relativo ogni pilastro della società.

Ciò che “è giusto” si è trasformato in “ciò che è giusto per te è diverso da ciò che è giusto per me”. Concetto ragionevole, ma vero solo in parte, perché l’evoluzione dell’uomo ha trovato tanti benefici che accomunano tutta l’umanità, come ad esempio i diritti fondamentali.

E, come se non bastasse, questo desiderio di liberazione ha creato un dogma ferreo: il principio del “mi sento offeso“. Se qualcuno solleva un dubbio, scatta la gogna mediatica.

Così Il dibattito sparisce e resta solo l’urlo di chi vuole cancellare la storia per riscriverla in un eterno presente orwelliano dove il partito che sta governando in quel momento ha sempre ragione.

Il potere del silenzio forzato

La cancel culture è una tecnica di manipolazione delle masse pazzesca perché agisce sul linguaggio.

È la neolingua in versione social: semplifichiamo le parole per semplificare i pensieri ma, se eliminiamo i termini per descrivere certe realtà, quelle realtà smettono di esistere nella nostra testa.

Usiamo etichette come “razzista” o “fascista” non per discutere, ma per togliere credibilità a priori all’avversario. È quella tecnica chiamata silenzio illocutorio: ti è permesso parlare, certo, ma le tue parole sono state private del loro peso, come se parlassi nel vuoto.

Anche in Italia abbiamo visto scene assurde, come il tentativo di sospendere le lezioni su Dostoevskij all’Università Bicocca in seguito a tensioni internazionali.

Purtroppo, quando la cultura diventa un bersaglio, la manipolazione ha già vinto la sua battaglia più importante.

Il villaggio eremita del mondo digitale

Ma dove cresce questo mostro. Nelle montagne isolate digitali dei social network, dove gli algoritmi ci conoscono meglio di noi stessi e sanno esattamente quali tasti toccare.

Ci nutrono solo con ciò che conferma i nostri pregiudizi.

È un circolo vizioso che aumenta la polarizzazione e uccide il confronto critico. In questa arena, l’indignazione collettiva è come una scarica di dopamina che crea dipendenza e ci rende schiavi del clic.

Alimentiamo il conflitto perché genera engagement e profitto per le piattaforme. Le masse vengono spinte a scontrarsi su titoli e asterischi, mentre le vere elite decidono ciò che conta nella stanza dei bottoni.

Spostare i limiti del possibile

Il rischio più grande è che questa intolleranza, esercitata paradossalmente in nome della tolleranza, ci faccia scivolare lungo la finestra di Overton.

Questa finestra scorrevole delimita ciò che è accettabile dire in pubblico: accade così che ciò che un tempo era considerato rivoltante diventa legale o addirittura normale attraverso una persuasione psicologica lenta e costante.

La manipolazione avviene a piccole gocce, quasi senza che ce ne accorgiamo. Prima si censurano i cartoni animati, poi si modificano i testi classici, infine si arriva a sdoganare temi che dovrebbero restare tabù.

Così diventa normale che un politico vada a prostitute e tradisca la moglie, faccia “evasione di necessità” per salvare l’azienda, corrompa un giudice per modificare una sentenza.

Senza un pensiero critico sveglio, la massa diventa un impasto inerte nelle mani di chi sa sfruttarne gli istinti primordiali e la paura.

La vera libertà non è scegliere tra due bandiere già pronte, ma essere capaci di vedere il gioco di specchi che ci tiene prigionieri.

Ingegneria del consenso e lavaggio di informazioni

Dietro queste dinamiche spesso si nascondono attori che usano l’information laundering per nascondere le proprie tracce.

Prendono un’idea manipolata, la riconfezionano e la fanno girare in camere d’eco che sembrano indipendenti. In Italia, abbiamo visto come il frame del “nemico” sia cambiato nel tempo: dal “comunista” classico al “magistrato politicizzato” o all’intellettuale “radical chic”.

Si usano dogwhistle, messaggi in codice che solo alcuni possono capire, per strizzare l’occhio a frange estreme senza spaventare il pubblico moderato.

Oppure si usano le figleaves, foglie di fico verbali che permettono di dire cose terribili aggiungendo un rassicurante “non sono razzista, ma…”.

È una tecnica di news management che trasforma i giornalisti in megafoni del potere invece che in filtri critici.

Oicofobia e l’odio verso di sé

Un altro effetto collaterale della cancel culture è l’oicofobia, ovvero il rifiuto della propria identità e del proprio retaggio culturale.

Ci sentiamo in colpa per il passato e, invece di studiarlo, proviamo a cancellarlo.

È un gioco delle tre carte che genera una diversità ingannevole: tutti dobbiamo pensare in modo identico mentre fingiamo di celebrare le differenze.

Questo nichilismo soffocante svuota la democrazia e ci lascia atomizzati. Eppure:

JJ. Krishnamurti

Quando la società rinuncia alla verità oggettiva per abbracciare il soggettivismo estremo, apre la porta al totalitarismo invisibile degli algoritmi.

Siamo diventati consumatori di opinioni invece di cittadini dotati di giudizio.

L’ultima difesa della bellezza

Dobbiamo tornare a essere cittadini consapevoli della nostra coscienza. Il vero progresso umano nasce solo dalla crescita volontaria e dalla libertà di scelta, non dal controllo esterno o dalla censura.

Ogni bene imposto con la forza è un’illusione ottica che non risolve il problema alla radice.

  • Rifiuta le etichette facili: se qualcuno viene “cancellato”, chiediti sempre a chi giova questo silenzio e chi sta controllando il microfono.
  • Nutri la biodiversità delle idee: un ecosistema con un solo tipo di pensiero è destinato a morire.
  • Smetti di essere un semplice “profilo”: torna a essere una persona che osserva il mondo con occhi liberi, pronta a sfregare i concetti come pietre focaie per far scoccare la scintilla della comprensione.
  • Diffida della semplificazione: la realtà è complessa e non sta tutta in un post su Instagram con un hashtag alla moda.

Salvare la cultura significa accettare che il passato possa essere doloroso o imperfetto. Ma è proprio da quelle crepe che dobbiamo trarre insegnamento per il futuro.

Non sarà l’abbattimento di una statua a renderci più giusti o più umani, sarà solo la nostra capacità di guardare oltre lo slogan, di disarmare le parole d’odio e di ritrovare quell’indipendenza di pensiero che nessuna gogna digitale potrà mai veramente soffocare.

Perché alla fine, come ci ricorda la saggezza dei classici, sarà solo la bellezza autentica, quella che non ha paura del confronto e che non cerca il controllo, a salvare il mondo.

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