Quei pochi colleghi che mi conoscono bene sanno quanto sono appassionato per il mio lavoro.
Sarà colpa dei cartoni animati che guardavo da bambino nelle reti Mediaset, ma mi sono sempre immaginato l’istruzione come un lungo e appassionato viaggio della mia mente attraverso il mondo.
Dovrebbe essere un momento di scoperta, di curiosità reciproca e di eccitazione per ogni nuova idea che incrocia il tuo cammino.
Ma so già che non sei un sprovveduto, avrai già capito dove voglio andare a parare: è ovvio che la realtà non è così bella.
Se la scuola e l’università sono il terreno, chi controlla la composizione di quel terreno decide quale tipo di piante avranno il diritto di fiorire e quali verranno estirpate come erbacce fastidiose.
La manipolazione delle masse nei paesi democratici inizia molto prima di quanto pensi, tra i banchi, dove si decide cosa è “giusto” pensare e quali capitoli della nostra storia devono finire nel dimenticatoio.
Se vogliamo capire come si fabbrica il consenso, dobbiamo guardare a come viene gestita la somministrazione della conoscenza nel nostro paese.
La “biodiversità” della democrazia sotto assedio
La democrazia, come ogni habita naturale sano, ha bisogno di biodiversità intellettuale per sopravvivere.
Ma oggi assistiamo a un fenomeno inquietante: la tendenza alla trasformazione dell’istruzione superiore in una sorta di monocoltura industriale.
Non sono più i docenti, i custodi del sapere, a guidare le scelte educative ma le aziende, attraverso la politica che indirizza i programmi attraverso il ministero dell’istruzione.
Certamente, deve esistere un offerta formativa orientata a colmare le lacune di competenze del mercato del lavoro, ma ciò non deve assolutamente intaccare la capacità di pensiero critico che poi permetterà ai futuri elettori di non farsi manipolare.
Non possiamo puntare ad un’università trasformata in fabbrica che produce lauree come se fossero bulloni. Invece di incoraggiare i giovani a esplorare il bosco intricato del pensiero critico, li spingono in serre riscaldate dove l’unica luce permessa è quella della conformità tecnica, burocratica, economica o qualunque altra aspetto disciplinato e controllabile dall’alto.
Questo non è insegnamento. È una forma di lottizzazione mascherata da efficienza.
E se lo dico io, che da ingegnere vivo di conformità tecnica, puoi crederci se ti dico che nella professione è necessario un sano pensiero critico, anche per non farti manipolare dalla tua stessa azienda.
Estirpare le radici profonde della nostra storia
La grandezza dell’Italia nella storia è sempre derivata dal vantaggio strategico della sua posizione nel mediterraneo, che permetteva l’incrocio e il confronto tra più culture.
Chi oggi parla di “Italia agli Italiani” se lo è completamente scordato. Ma anche, ad esempio, chi parla di “patriarcato” e impedisce lo studio di un nostro passato reale dove la donna è stata sottomessa all’uomo.
Quello che siamo oggi dipende, oltre che da ciò che vogliamo fare domani, anche da quello che siamo stati ieri.
Qui entriamo nel campo minato della cosiddetta cancel culture.
Immagina di voler cambiare il panorama di un giardino storico: invece di curarlo, inizi a tagliare tutto ciò che non ti piace della foresta del passato.
Non possiamo eliminare Dante, Omero o Manzoni come se fossero rami secchi, magari perché non si allineano perfettamente alla sensibilità estetica o ideologica di oggi.
La capacità contestualizzare la cultura è la linfa vitale alla capacità di analisi. Se cancelliamo il passato invece di studiarlo, creiamo un terreno sterile.
Senza radici profonde, le nuove generazioni diventano fragili arbusti pronti a piegarsi a ogni soffio del vento della propaganda politica.
La contaminazione del marketing politico e degli studenti/clienti
In un ipotetico contesto di istruzione lottizzato, il rapporto tra docente e discente potrebbe cambiare pelle in modo pericoloso.
L’università diventerebbe un’impresa e lo studente un cliente da coccolare, più che una mente da sfidare. Il problema è che se lo studente è un cliente, il suo “gradimento” diventa l’unico criterio di successo.
Chi monitora i percorsi di studio potrebbe usare i sondaggi di feedback (esistevano già quando facevo l’università nel 2000) come falci per mettere sotto pressione i docenti che osano proporre visioni troppo originali o “scomode”.
È una sorta di mondo al contrario: invece donare conoscenza verso l’esterno, si cerca di addomesticare il sapere per renderlo appetibile e “markettabile”.
Questo clima favorisce l’apatia e la mediocrità, che sono il concime ideale per chi vuole mantenere le masse in uno stato di ignoranza interessata.
Il caso italiano e l’appalto del sacro
Se guardiamo a casa nostra, l’Italia offre un esempio di lottizzazione istituzionale del sapere che merita attenzione: l’insegnamento della religione cattolica.
Non è lo Stato a decidere chi ha i requisiti per stare in aula, ma l’autorità ecclesiastica. Si crea una situazione paradossale in cui lo Stato paga gli stipendi ma la Chiesa seleziona gli insegnanti e vigila persino sulla loro condotta privata.
Se la vita di un docente non è considerata “conforme” alla morale cattolica, l’incarico può essere revocato in un attimo. Questa è una forma di controllo che entra direttamente nel vivaio educativo.
Si crea una zona d’ombra dove la libertà di insegnamento deve fare i conti con un’autorità esterna che decide quali semi possono essere piantati. È un innesto che condiziona il clima educativo fin dalla più tenera età.
Fortunatamente, la frequentazione dell’insegnamento della religione cattolica non è obbligatorio e spesso, anche sentendo i miei figli piccoli, si sta parlando sempre più di religioni con una visione più ampia.
Infiltrazione ideologica e imposizione del silenzio
Le università non sono più solo luoghi di studio, ma campi di battaglia per una “cattura discorsiva”.
Magari possono nascere nuove iniziative che promuovono programmi di “giustizia sociale” o “inclusione delal diversita” ma, sotto la superficie di intenti nobili, possono diventare centri di indottrinamento che silenziano il dissenso interno.
La questione non è per niente semplice perché, anche un docente in buona fede potrebbe diventare un indottrinatore senza volerlo.
Spesso, queste iniziative sociali servono alle università per costruire alleanze politiche e magari riuscire anche a marginalizzare i docenti che difendono l’autonomia della ricerca.
È una tattica di “gradualità”: si introducono piccoli cambiamenti nel linguaggio e nelle norme di “civiltà” finché il libero dibattito non viene sostituito dal nuovo ordine, dove ogni voce è pre-registrata.
Cosa cresce nell’ombra della tecnologia
Oggi la manipolazione delle masse nell’istruzione passa anche per il digitale.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi agiscono come un sistema di istruzione latente che decide quali informazioni devono arrivare alle radici del pensiero degli studenti e quali devono essere messi a tacere sul nascere.
Anche Papa Leone XIV ha avvertito, nella sua ultima enciclica, che quando affidiamo la formazione a sistemi automatizzati, rischiamo di perdere l’empatia e la capacità di discernimento critico.
Gli algoritmi premiano lo scontro e la polarizzazione, creando bolle informative che impediscono ai giovani di confrontarsi con la diversità reale.
Ma senza la fatica del confronto, anche acceso, come si può innescare la scintilla della verità? Senza scontro di pensieri, restiamo con quel sapere artificiale che non nutre davvero la coscienza.
Biodiversità del pensiero come unico antidoto
Tornando al paragone degli habitat naturali, la biodiversità è una medicina anche per il pensiero della cittadinanza.
Ma cosa possiamo fare per non farci soffocare da questa morsa di lottizzazione e controllo?
Bisogna rivendicare la scuola come luogo di ricerca leale dei fatti, non come megafono del potere di turno. proteggendo la libertà dei docenti di insegnare anche verità scomode, resistendo alla logica della “conoscenza come prodotto”.
Incoraggiamo i giovani a uscire dalle bolle digitali per sporcarsi le mani con la complessità della storia e dei classici.
E, infine, devi riconoscere che l’educazione non è un servizio commerciale, ma un bene comune che appartiene a tutti noi, senza mezzi termini.
La vera evoluzione umana non nasce dal controllo centralizzato dell’istruzione, ma dalla crescita volontaria e dalla libertà di scelta.
Se lasciamo che la scuola, diventi solo un ingranaggio di una macchina che ci dice cosa sognare, perdiamo la nostra capacità di essere umani.
La pluralità delle idee è l’unica garanzia per far sì che la nostra società resti viva, anche genuinamente selvaggia e con la “cazzimma” napoletana, cosicché potremmo avere in futuro la resilienza necessaria per navigare tra i cambiamenti inesorabili della storia.




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