Effetto Streisand: cercare di nascondere il sole con una rete

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Andrea Rattacaso

Avete presente quando qualcuno vi dice di non guardare assolutamente dentro quella scatola chiusa in soffitta? Ecco, è esattamente in quel momento che la vostra curiosità scatta come una molla e non riuscite a pensare ad altro per tutto il giorno.

In una società democratica, il controllo dell’informazione funziona un po’ così: più provi a seppellire un segreto sotto un cumulo di silenzio, più la gente inizia a scavare con le unghie.

Questo fenomeno ha un nome che profuma di Hollywood e ville da sogno: l’effetto Streisand.

Tutto è iniziato ufficialmente nel 2003, quando la celebre cantante Barbra Streisand decise di fare causa a un sito web perché aveva osato pubblicare una foto aerea della sua magnifica villa a Malibu.

Fig. 1 – La foto incriminata della Villa di Barbara Streisand [WIKIPEDIA]

Lei voleva privacy assoluta, ma ha ottenuto l’esatto contrario: prima della sua battaglia legale la foto era stata scaricata solo sei volte (di cui due dal suo avvocato!), mentre dopo la notizia della causa è diventata virale e l’hanno vista milioni di persone in tutto il mondo.

La villa che tutti volevano guardare

Il punto centrale di questa dinamica è che tentare di rimuovere o negare un’informazione finisce quasi sempre per darle una risonanza incredibile e inaspettata.

È un po’ come il vecchio detto “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino“: chi manovra le forbici della censura digitale spesso finisce per tagliarsi le dita davanti a tutto il pubblico.

Quando un’informazione viene marcata come “proibita” o “segreta“, il nostro cervello la classifica immediatamente come qualcosa di estremamente prezioso e degno di nota.

In rete, questo meccanismo psicologico viene amplificato a dismisura da algoritmi progettati per premiare lo scontro, l’engagement e le passioni forti.

Se un contenuto scotta, il web non lo spegne, ma lo trasforma in un incendio boschivo che corre più veloce di qualsiasi squadra dei Vigili del Fuoco.

Non serve essere un esperto di comunicazione per capire che, nel mondo dei social, la curiosità alimenta il traffico dati e rende immortale ciò che doveva sparire.

Quando la smentita diventa una notizia

Nelle democrazie moderne, la manipolazione delle masse non passa quasi mai attraverso la forza bruta o i divieti espliciti, ma attraverso una complessa architettura della visibilità che modella i nostri pensieri.

Eppure, quando i poteri forti provano a “ripulire” la bacheca digitale da verità scomode, spesso inciampano goffamente nell’effetto Streisand.

Prendiamo certi leader politici che, messi alle strette da uno scandalo, negano sdegnosamente ogni accusa attraverso comunicati ufficiali.

A volte basta far circolare una voce per costringere l’avversario a una smentita pubblica, perché non importa quanto tu sia innocente, una volta che smentisci stai comunque urlando la notizia.

E se non hai prove? Non importa, se ottiene una smentita ufficiale sporchi comunque la reputazione di chi vuoi colpire.

Nel momento in cui neghi, stai portando quel tema specifico proprio al centro del palcoscenico, sotto i riflettori più potenti, dandogli un risalto che prima non aveva.

Mentre cerchi ufficialmente di cancellare un’allusione, la stai in realtà rendendo evidente anche a chi inizialmente non l’aveva colta affatto..

Il boomerang digitale delle buone intenzioni

Esiste una sottile differenza tra informare correttamente il pubblico e manipolarlo subdolamente, e spesso il confine è segnato da come reagiamo al dissenso o alle idee diverse dalle nostre.

Se proviamo a “bloccare” un contenuto che riteniamo tossico o uno stereotipo in modo troppo plateale e maldestro, rischiamo seriamente di ottenere l’effetto contrario.

Questa strategia di contrasto si chiama blocking ed è un’arma a doppio taglio che va maneggiata con cura certosina.

Esplicitando un pregiudizio negativo solo per cercare di combatterlo, ne aumentiamo involontariamente la sua salienza e la sua presenza nella mente di chi ascolta.

Un’idea che prima era confinata nell’ombra diventa improvvisamente più accessibile, familiare e pronta all’uso, e noi esseri umani tendiamo istintivamente a credere a ciò che ci appare familiare.

Se continuiamo a ripetere uno stereotipo offensivo, anche solo per giurare che sia falso, finiamo per innaffiarlo e farlo crescere rigoglioso.

In Italia, abbiamo visto spesso come certi tentativi di censura morale su libri, spettacoli o film abbiano finito per trasformarli in successi clamorosi proprio grazie al rumore generato da chi voleva vietarli.

Il bue che dice cornuto all’asino

Spesso la manipolazione digitale più efficace usa la tecnica del framing, mostrandoci solo un piccolo pezzetto di realtà per convincerci che sia l’intera torta.

Ma, nonostante il resto della verità venga nascosto in fretta “sotto il tappeto”, l’effetto Streisand può comunque attirare tutti i curiosi.

Si ha il cosiddetto “collasso del contesto“, che sui social network rende tutto ancora più esplosivo e complicato da gestire. Un post scritto in un momento di rabbia o pensato per pochi amici può finire improvvisamente davanti agli occhi di milioni di estranei, scatenando gogne mediatiche feroci e distruttive.

Chi semina vento raccoglie tempesta“: chi usa la potenza della rete per colpire un nemico spesso finisce per restare vittima dello stesso meccanismo di visibilità fuori controllo che ha contribuito a creare.

Anche il dibattito europeo sulla cancel culture mostra questo tipo di cortocircuito continuo.

Cercare di cancellare un autore del passato o un’opera d’arte perché considerata “offensiva” oggi spesso non risolve affatto il problema del pregiudizio, ma lo trasforma in una logorante battaglia di bandiere contrapposte.

Invece di favorire una crescita reale della coscienza collettiva, si cerca di imporre un silenzio forzato che finisce per rendere il male solo più invisibile, resiliente e capace di evolversi in forme più subdole.

Scegliere la luce invece del buio

Se una società democratica si dichiara basata sulla ricerca della verità, non deve mai temere la luce dei fatti, perché “Ogni medaglia ha il suo rovescio” e solo guardando con coraggio entrambi i lati possiamo capire davvero in quale direzione stiamo camminando.

In ultima analisi, la bellezza, la cultura e la conoscenza profonda sono gli unici veri antidoti ai tentativi di manovrare le folle come se fossero materia inanimata.

Non lasciamo mai che siano gli algoritmi impazziti o la paura del diverso a dettare i nostri sogni e le nostre speranze. Perché, come ci insegna magistralmente la storia, più cerchi disperatamente di chiudere la bocca alla verità, più essa troverà il modo di gridare forte dai tetti di ogni città.

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