Oggi userò un termine di paragone che mi è molto caro: la termodinamica.
Hai presente quel calore improvviso che senti durante un comizio in piazza, quell’energia che sembra poter accendere un’intera città. In termochimica, la chiameremmo una reazione esotermica: una reazione chimica sprigionante calore che però, troppo spesso, non produce alcun lavoro utile.
La propaganda elettorale funziona esattamente come una caldaia che brucia fatti per produrre “fumo” emotivo.
Ti promettono meno tasse e benzina a prezzi stracciati, ma una volta spenti i microfoni, quel calore si dissipa nel nulla.
È il primo principio della termodinamica applicato al voto: l’energia non si crea né si distrugge, ma nel passaggio dalla promessa prima del voto al governo post voto, la qualità di quell’energia scade verso l’entropia della delusione.
Governare è una faccenda di attriti, resistenze e dispersioni che i candidati preferiscono ignorare per venderti una forma di energia utopistica che non esiste.
La verità è come un giacimento naturale purissimo di materie prime o energia, ma se la politica la sottopone a una pressione costante per estrarne solo consenso, ciò che resta è un residuo inerte che non serve a far camminare il paese.
Calore a costo zero e bollette salate
Prendiamo le accise. per anni sono state il combustibile preferito per alimentare i motori della rabbia popolare.
Promesse ripetute come mantra, sconti temporanei che sembrano carezze ma che hanno lo stesso peso specifico di un miraggio nel deserto.
Ecco, quello che è successo con la benzina segue la logica del deflection marketing, quella tecnica di precisione che le multinazionali conoscono bene.
Ricordi quando si lanciò l’idea del calcolatore dell’impronta di carbonio nel 2004? Non ti aspetteresti mai che l’idea fu proprio della la British Petroleum (eh si, proprio lei).
Anche se non ci sono prove, pare che lo scopo fosse uno solo: spostare la colpa dal produttore di energia da fonti fossili a coloro che, come normali cittadini, avevano una vita con sistemi fatti apposta per consumare quel tipo di energia.
La politica fa lo stesso: ti convince che se le accise non calano è colpa di una congiuntura esterna o di un nemico invisibile, mentre tu continui a pagare il conto alla pompa.
La responsabilità della politica scivola via, lasciando spazio a un vago senso di impotenza individuale.
La conoscenza reale del mondo viene sostituita da una realtà costruita, dove i fatti contano meno delle passioni.
Il sistema chiuso delle bollette e dei confini
In termodinamica, un sistema isolato è destinato all’aumento del disordine. Può sembrare un concetto complicato ma, semplicemente, significa che se io vivo isolato nella mia stanza senza usare energia per mettere in ordine, inevitabilmente diventerà disordinata.
La politica dei “confini chiusi” è il tentativo disperato di creare un sistema isolato in un mondo che invece è aperto e interconnesso.
Quando alzi muri per dimostrare forza, la pressione interna sale. Ma la fisica non perdona: se chiudi una porta, il calore della crisi non svanisce, si accumula.
Il governo italiano ha cercato di correggere persino la geografia, “serrando i confini” con la Spagna per un’emergenza che i numeri di Frontex smentiscono clamorosamente.
Ti dicono che c’è l’invasione mentre gli arrivi crollano del 40%, perché la paura è un carburante più efficiente della ragione. Ma quando la Spagna o la Germania reagiscono chiudendo a loro volta, il sistema va in sovraccarico.
Il paradosso della propaganda è che puoi costruire uno slogan contro gli altri, ma le conseguenze tornano indietro come un’onda d’urto che colpisce proprio chi sperava di restare al riparo.
La scarica di calore del cervello emotivo
Perché continuiamo a credere a queste trasformazioni energetiche impossibili? L’avrò ripetuto almeno quindici volte negli scorsi articoli.
Il nostro cervello politico non è una macchina calcolatrice, ma un radiatore di emozioni.
Lo psichiatra Drew Westen lo ha dimostrato con i suoi esperimenti di neuroimaging: quando mentiamo a noi stessi per sostenere un leader, il cervello ci premia con una scarica di dopamina.
È un auto-inganno biologico che ci fa sentire “al caldo” anche nel mezzo di una bufera di fake news.
La manipolazione moderna non ha bisogno di vietare la parola: le basta creare un eccesso di rumore che satura i nostri radar mentali.
È la tecnica del framing: isolare un singolo sasso lanciato in una manifestazione di 20.000 persone per rendere quel sasso l’unico dato visibile.
In questo modo, la realtà viene semplificata in uno scontro da stadio tra “buoni” e “cattivi”, privandoci della capacità di analizzare la complessità dei problemi reali come il costo della vita o il lavoro.
Il secondo principio della disinformazione
La verità tende a decadere se non viene alimentata da un lavoro costante di verifica mentre la propaganda invece è un processo spontaneo che segue la via della minor resistenza alla razionalità.
In Italia, abbiamo assistito per decenni alla costruzione del “nemico comunista” o della “magistratura rossa” per trasformare ogni problema strutturale in un conflitto d’identità.
Questa è “agnotologia applicata“: si fabbrica il dubbio dove c’è certezza e si crea certezza dove c’è il vuoto.
Pensa alla TAV in Val di Susa: per trent’anni i media hanno urlato all’urgenza, mentre i dati reali dicono che il traffico merci è calato di oltre il 65%.
È una riduzione al silenzio illocutorio: ti permettono di parlare, ma privano le tue parole di ogni autorità epistemica.
Se un manifestante pacifico viene descritto come un “terrorista”, la sua voce viene annullata dal rumore dei titoli gridati.
La democrazia viene così rinchiusa in un barattolo, un sistema chiuso dove ognuno riceve solo l’energia delle proprie convinzioni riflesse da un algoritmo.
Conservazione del potere nelle porte girevoli
In natura nulla si crea e nulla si distrugge, e il potere politico sembra seguire questa legge con la pratica delle “porte girevoli”.
Quando un ministro finisce il suo mandato e il giorno dopo siede nel consiglio d’amministrazione di una grande banca o di un’azienda partecipata dallo Stato, l’energia non è sparita: ha solo cambiato stato.
In questo caso si tratta di una regulatory capture: una sorta di soggezione che spinge gli organismi pubblici ad agire in favore di interessi privati.
Questo fenomeno genera un conflitto di interessi apparente che erode la fiducia dei cittadini nel sistema come una perdita in un circuito idraulico.
Se i politici passano con disinvoltura dal governo alle lobby, chi può garantire che le decisioni prese “al calore del potere” non fossero già oliate per il futuro datore di lavoro?
Questa “tangente nel tempo” rende la corruzione invisibile e sistematica, trasformando la democrazia in una scatola vuota governata da chi detiene il capitale.
Raffreddare il motore della propaganda
Resistere a questa dissipazione della realtà richiede il ripristino di un certo ordine orientato ad una maggiore attenzione.
Dobbiamo imparare a guardare oltre il bagliore delle promesse elettorali e a chiederci: chi sta definendo il problema? Chi trae vantaggio da questa reazione chimica di odio?
Serve un’efficienza energetica della comunicazione che rimetta al centro l’argomentazione e la verifica delle fonti, rifiutando di delegare la nostra volontà a “semplificatori” che sfruttano l’apatia delle masse.
La libertà non è un dono che cade dall’alto, ma un atto di crescita volontaria che richiede fatica. Non lasciarti convincere che la realtà sia uno scontro assoluto tra Bene e Male: il mondo è un sistema complesso che non si risolve con uno slogan su TikTok.




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