Se oggi pensi che i social network abbiano inventato la polarizzazione, sicuramente non sai che un medico francese di fine ‘800 aveva già capito tutto.
Si chiamava Gustave Le Bon e, nel 1895, scrisse un libro intitolato La psicologia delle folle, che è diventato il manuale segreto di ogni aspirante manipolatore, da Bernays fino ai moderni spin doctor.

Non era un accademico polveroso, ma un osservatore acuto che guardava le strade di Parigi e vedeva qualcosa di inquietante:
quando le persone si uniscono in un gruppo, smettono di essere individui pensanti e diventano un organismo nuovo, potente e terribilmente irrazionale.
Per Le Bon, i veri cambiamenti storici non sono quelli fatti di sangue e macerie, ma quelli che avvengono nelle opinioni e nelle credenze delle persone. Egli è stato il primo a dirci che, se vuoi controllare una società, non devi convincere i singoli con la logica, ma devi saper parlare a quel mostro collettivo che chiamiamo folla.
Le sue intuizioni sono state la base su cui Edward Bernays, nipote di Freud, ha costruito quella “fabbrica del consenso” che ancora oggi orienta i nostri acquisti e i nostri voti.
L’individuo sparisce, la folla appare
Cosa succede quando entri in una folla?
Secondo Le Bon, la tua personalità cosciente svanisce e i tuoi sentimenti si orientano in una direzione unica, come se fossi stato ipnotizzato. Lui la chiamava “anima collettiva” o “unità mentale delle folle”.
È un fenomeno di alienazione: non importa quanto tu sia colto o intelligente da solo, una volta immerso nel gruppo, inizi a sentire, pensare e agire in un modo che non avresti mai scelto isolatamente. Diventi parte di un “agglomerato” che possiede caratteri del tutto nuovi, dove la razionalità è la prima a finire fuori dalla finestra.
Le Bon era convinto che la maggior parte degli uomini non fosse in grado di formarsi un’opinione basata sul ragionamento, preferendo invece scivolare nella corrente della folla.
In questa dimensione, l’essere umano perde la propria autonomia e diventa un riflesso della massa, rendendo il controllo dall’esterno estremamente facile per chiunque conosca le leve giuste.
La folla non cerca un dialogo, cerca un impulso da seguire, e questo impulso è quasi sempre emotivo, mai logico.
Slogan e immagini: il kit del piccolo manipolatore
Se vuoi far colpo su una folla, scorda i grafici e le statistiche.
Le Bon ci ha insegnato che le idee diventano dominanti solo se sono semplicissime e, soprattutto, traducibili in immagini.
Una folla non ragiona per concetti, ma per visioni.
Chi detiene il potere lo sa bene: basta creare uno stereotipo o un simbolo forte per inquadrare migliaia di persone in uno schema mentale da cui difficilmente usciranno. Questo è il motivo per cui la propaganda politica preferisce di gran lunga un tweet infuocato a un programma di cento pagine.
È molto più facile dominare i popoli eccitando le loro passioni piuttosto che occupandosi dei loro reali interessi.
In Europa, abbiamo visto questa tecnica applicata con precisione chirurgica durante tutto il Novecento, creando nemici immaginari per giustificare ogni tipo di azione. Anche oggi, la comunicazione politica mediatizzata usa battute ad effetto, i famosi “sound bites”, per colpire l’emotività e bypassare la riflessione razionale dei cittadini.
Le immagini “che ci vengono date” diventano la nostra unica realtà, sostituendo la conoscenza diretta dei fatti con un mondo di ombre cinesi.
La verità? No grazie, preferiamo un’illusione
Ecco la parte più amara della lezione di Le Bon:
le folle non hanno mai avuto sete di verità.
Se un’evidenza non piace, la folla si volta dall’altra parte e preferisce “divinizzare l’errore” se questo risulta seducente o rassicurante.
Chi sa illudere le masse ne diventa facilmente il padrone, mentre chi prova a risvegliarle e a distruggere le loro illusioni finisce quasi sempre per esserne la vittima.
Sotto l’effetto della paura o del risentimento, le persone accettano chiunque si ponga come soluzione immediata e assoluta, pronta a risolvere ogni problema con un gesto magico.
In questo scenario, la democrazia rischia di diventare una “scatola vuota”, dove il consenso non è frutto di una scelta libera, ma di una manipolazione intelligente delle abitudini e dei sentimenti.
Le Bon aveva capito che la massa è inerte per sua natura e aspetta solo un impulso dall’esterno per muoversi, diventando un “facile trastullo” nelle mani di chiunque sappia sfruttare i suoi istinti.
Questa dipendenza dal leader crea una società che non evolve più attraverso la coscienza, ma si limita a reagire a stimoli esterni come un riflesso pavloviano.
Da Roma a Milano: l’eredità di Le Bon in Italia
Se guardiamo all’Italia degli ultimi decenni, le teorie di Le Bon sembrano essere state la bussola di molta parte della nostra classe politica.
Abbiamo assistito alla trasformazione del dibattito pubblico in uno scontro emotivo e spettacolare, dove la figura del leader carismatico ha preso il posto dei contenuti. Ecco come le sue idee si sono concretizzate nel nostro cortile di casa:
- Uso sistematico di slogan che semplificano problemi complessi in visioni “noi contro loro”.
- Creazione di un immaginario collettivo attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione per far accettare ciò che prima era impensabile.
- Appello costante ai sentimenti di rancore e insicurezza per ottenere una legittimazione che scavalca le istituzioni.
- Sfruttamento dei sondaggi non per capire l’opinione pubblica, ma per fabbricarla e renderla conforme ai desideri delle élite.
In Italia, l’influenza mediale ha creato un effetto “setaccio”, dove emergono non i migliori amministratori, ma chi ha più abilità comunicative e capacità di bucare lo schermo.
Questo ha portato a una personalizzazione estrema del potere, dove il cittadino ha solo il ruolo di ratificare scelte prese altrove. In definitiva, il controllo sistematico dei messaggi e delle immagini ha governato il flusso informativo, rendendoci spesso spettatori passivi di una recita già scritta.
Svegliarsi dal sogno collettivo
Le Bon ci ha descritto un mondo dove il controllo è sovrano, ma la sua analisi è in realtà un invito a fare l’esatto opposto.
Se il potere si basa sulla nostra cecità, allora la consapevolezza è l’unica via d’uscita.
Non possiamo sperare che il progresso nasca dal controllo delle masse: il vero bene comune fiorisce solo quando l’individuo decide volontariamente di crescere e di esercitare la propria libertà di scelta.
Qualsiasi ordine imposto con la forza delle immagini o con il terrore del “nemico” è un’illusione destinata a sgretolarsi, lasciando dietro di sé solo una società più fragile e vulnerabile.
L’umanità evolve grazie alla coscienza e alla capacità di porsi domande scomode, non chiudendosi in una “bolla” che conferma i nostri pregiudizi.
Dobbiamo imparare a “digiunare” dalla manipolazione quotidiana, a riscoprire il valore della complessità e a non lasciarci incantare dalle promesse di soluzioni facili.
Solo se restiamo “svegli” e responsabili delle nostre azioni, possiamo sperare in un futuro che non sia il prodotto di un ufficio di pubbliche relazioni.
In fondo, come diceva anche Le Bon, siamo noi a decidere se essere gli ingranaggi di una macchina o gli artefici della nostra stessa umanità.




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