Milano divisa: il profitto sta ridisegnando la nostra umanità

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Mikas Vida

Se sei di Milano, Roma, Napoli, Firenze o altre grandi città, se hai una certa sensibilità e magari come me sei originario di territori più “provinciali”, penso che ti sarai reso conto da solo che c’è qualcosa che non va.

Perché, proprio nei luoghi che dove avresti dovuto realizzare i tuoi obbiettivi professionali e anche sociali, proprio nelle fucine dell’innovazione e del progresso, la distanza tra chi ha troppo e chi ha troppo poco sembra farsi ogni giorno più grande?

E sappi che non sto parlando di me: io sono felicissimo a vivere e lavorare nella mia provincialissima Empoli.

Il problema (tuo 😂) è che da quando ho iniziato a scrivere sulla manipolazione delle masse nei paesi democratici (qui il link se ti interessano i miei articoli) ho preso coraggio e oggi ho deciso di sparare un altro colpo che avevo in canna da tanto tempo: una bella critica sul modello Milano che, incredibilmente, è amatissima dagli stessi milanesi che conosco.

Oggi mi piacerebbe spiegarti il mio punto di vista sul perché c’è qualcosa che secondo me non va e su come si potrebbe, se non risolvere il problema, almeno limitare i danni.

La nuova questione urbana: molto più che semplici numeri

Non sono un urbanista e ovviamente la mia opinione è circoscritta a ciò che riguarda la disuguaglianza sociale, ma è evidente che la questione urbana riguarda per forza di cose una progettazione degli spazi delle grandi città di tutto il mondo.

E, a livello nazionale, sono certo che non ti dirò nulla di sorprendente affermando che Milano (e in misura minore anche Roma e le altre metropoli italiane) sia diventata una potentissima macchina di separazione. E, attenzione, non confondere “separazione” con “filtro”.

Come una sorta di legge di equilibrio tra “yin e yang”, nelle città ci sarà sempre un equilibrio tra ricchi e poveri. Più i ricchi sono ricchi, più ci saranno dei poverissimi che si avvicineranno a loro per raccogliere le briciole che cadono dal loro tavolo.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una rottura epocale: non solo quella tendenza che vedeva le distanze diminuire si è invertita, ma addirittura c’è gente che plaude a questa “selezione naturale” bollando la lotta alle disuguaglianze come “comunismo”.

Oggi, le nostre città sono diventate il teatro dove l’ingiustizia sociale si traveste da ingiustizia spaziale:

  • se hai un “capitale spaziale” adeguato, ovvero se vivi nel quartiere giusto, hai accesso a reti, servizi e opportunità che per altri sono semplicemente invisibili.
  • se vivi nel quartiere sfigato, non solo avrai meno servizi e opportunità, ma con il tempo ti vedrai sottratto (con le privatizzazioni) tutto ciò che di pubblico hai potuto godere.

Perché le città attirano la povertà

Le città non solo possono rendere le persone povere che vivono nel quartiere sbagliato, ma attirano le persone povere. È un concetto che richiede una profonda empatia strategica per essere compreso. Oppure devi essere un immigrato come me (non sono straniero ma comunque mi sono dovuto spostare dalla Calabria alla Toscana).

Secondo te, perché un migrante o un lavoratore precario dovrebbe scegliere di allontanarsi da casa per vivere in una periferia degradata? Perché la densità urbana offre “una via d’uscita dalla povertà verso la prosperità” al prezzo di una competitività più alta, dando per scontato di battere la concorrenza.

Ma la vittoria non è così certa. Certamente, uno del sud abituato a non avere servizi e opportunità sarà più resiliente rispetto ad un cittadino del nord nato nella comodità. Ed, allo stesso modo, un africano che ha superato il deserto e ha fatto la traversata del mediterraneo, sarà più forte mentalmente e fisicamente. Però, non è solo questione di forza, c’è anche la rete di conoscenze e la posizione di partenza avvantaggiata che un immigrato non ha.

La città, e il suo hinterland ravvicinato, è un portafoglio diversificato di datori di lavoro: se uno fallisce, ce n’è un altro. Questo crea un paradosso etico per gli amministratori delle città: se migliori i servizi in un quartiere povero (scuole migliori, trasporti più veloci), attirerai inevitabilmente più persone povere che cercano quel miglioramento. La povertà urbana, quindi, non è necessariamente un segno di fallimento, ma un sintomo dell’attrattività di una metropoli rispetto alla desolazione delle aree rurali.

Geometrie dell’esclusione e la città dei ricchi

Mentre i poveri affollano le città in cerca di fortuna, cosa fanno i ricchi? Si difendono. E lo fanno attraverso “strategie di esclusione”. Entro le moderne società democratiche, il gruppo dei più ricchi cerca di utilizzare gli spazi per tenere a distanza chi non ne fa parte.

Si ergono muri, “Condomini chiusi” come a San Paolo o Buenos Aires, delle vere e proprie città private dentro il territorio cittadino. Si crea la negazione stessa della città che non garantisce i minimi livelli di beni e servizi, dove può crearsi una sorta di “sospensione dell’assetto giuridico dello Stato”, piccoli mondi locali con regole proprie e guardie armate.

Anche in Italia e nel resto d’Europa, sebbene in forme meno estreme, questa “topografia sociale” sta diventando sempre più nitida: pensa ai beaux quartiers parigini contrapposti alle banlieues a nord-est. Questa chiusura non è solo fisica, è comunicativa: segnala chi “appartiene” e chi è “fuori”.

Il caso Milano: capitale delle diseguaglianze

Milano, il cuore economico dell’Italia, vanta il record non proprio invidiabile di “capitale delle diseguaglianze”. I dati di Fondazione Arché ci dicono che tra il quartiere di Brera e quello di Quarto Oggiaro la distanza fisica è di soli 10,8 km, ma la distanza economica è “intergalattica”.

A Brera il reddito medio sfiora i 100.000 euro; a Quarto Oggiaro scende a meno di 19.000. Mentre il centro storico (Duomo-Crocetta) registra una concentrazione di redditi altissimi, le periferie come Comasina o Villapizzone arrancano. Questo è un blocco dell’ascensore sociale, un protezionismo sui vantaggi acquisiti che colpisce soprattutto i giovani e rischia di compromettere il futuro stesso della città.

L’errore dell’edificio e la responsabilità della politica

Ma come siamo arrivati a questo punto? C’è un signore, Edward Glaeser, che nel suo libro “Il trionfo della città” parla del termine “errore dell’edificio”, ossia dell’idea sbagliata che si possa risolvere il declino urbano costruendo grandi strutture, stadi, centri congressi, monorotaie inutili, invece di investire sulle persone e sulle loro competenze. Molti politici, per vanità o miopia, preferiscono posare per la foto di un nuovo grattacielo piuttosto che migliorare una scuola di periferia.

Inoltre, alcune politiche incoraggiano involontariamente la separazione, con strumenti urbanistici inadeguati che spingono i ricchi verso zone altolocate come Posillipo, Chiaia e il Vomero a Napoli, lasciando i poveri intrappolati in centri urbani con scuole sotto-finanziate e servizi inefficienti. Eppure si tratta della stessa città.

Stessa cosa si verifica a Roma, Milano, Firenze e sicuramente in altre città italiane che non conosco nel dettaglio. Il problema è che, quando i ricchi si isolano creandosi dei confini politici nella città, dove a parità di tasse ci sono servizi migliori, il campo da gioco diventa eticamente squilibrato.

E, so già cosa stai pensando, non credere che il mondo sia una realtà virtuale dove i ricchi abitano nei quartieri ricchi e i poveri abitano nei quartieri poveri. Non esiste la “razza” del ricco e del povero, ma queste sono condizioni variabili della vita.

Ciò vuol dire che una persona che sta bene economicamente e magari ha un attività imprenditoriale fiorente, può diventare povera se nel suo quartiere diventa più difficile ottenere servizi e tutti i cittadini e le imprese intorno perdono lavoro (e reddito).

Smettila di essere ipocrita, sii sincero con almeno con te stesso

Quindi, caro amico o cara amica, cosa vogliamo fare?

Un mondo migliore è possibile solo se prendiamo piena consapevolezza che queste disuguaglianze sono una causa, non solo un effetto, delle crisi che attraversiamo. La costruzione di muri intorno alla ricchezza non ha mai portato pace e benessere:

O almeno la maggioranza. Quando c’è poca disuguaglianza, ci si capisce di più nella ricchezza e nella povertà e i cittadini hanno la tendenza a rimanere più uniti. Al contrario, se la distanza tra ricchi e poveri aumenta e i poveri scendono troppo in basso, proporzionalmente aumentano furti, spaccio di stupefacenti e altri reati legati al facile guadagno.

Vivere la città, o gestirla come amministratore significa rispettare i cittadini, fornendo benefici comuni a tutti. Da elettore, vota chi si impegna a progettare spazi pubblici ambiziosi che garantiscano porosità e accessibilità a tutti, indistintamente. E, con fermezza, punisci chi promette di farlo e non rispetta la parola, non rivotandolo più.

Supporta le politiche e le iniziative orientate al recupero delle periferie più degradate della tua città, l’apertura di spazi pubblici gratuiti o con prezzi calmierati e partecipa agli eventi che puntano ad unire la città anche se non incontrerai gente con soldi.

Se blocchi l’ascensore sociale, perché gli ultimi dovrebbero rigare dritto e lavorare onestamente se già sanno che non servirà a nulla? Non uccidere la speranza degli immigrati onesti che vogliono creare benessere per se stessi e per chiunque stia intorno a loro.

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