Come limitare il potere di chi controlla le masse in Italia?

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Mikas Vida

E chi l’avrebbe detto! È un piacere averti qui (anche se non posso chiaramente vederti), sono contento che c’è ancora qualcuno interessato a questi argomenti.

Oggi ho voluto condividere con te il mio tentativo di rispondere ad una domanda da premio Nobel, domanda che alla fine resterà senza risposta ma che, almeno, potrà fornirti spunti di riflessione.

Liberare l’Italia dai manipolatori è impossibile: chiunque ha un ruolo di potere avrà sempre una parte manipolatoria del suo comportamento, anche se ci vuole molto bene. Sicuramente lo ha fatto mia padre con me e posso dirlo di averlo fatto con i miei figli.

Però, che succede se vogliono manipolarci persone che, seppur non ci vogliano male, sarebbero disposti a toglierci dei diritti o benefici pur di mantenere il loro ruolo di potere?

Serve pazienza, consapevolezza e, soprattutto, un po’ di “pulizia” del nostro modo di pensare e comunicare. Dobbiamo imparare a scavare sotto la superficie per capire come funziona questa “macchina del consenso” che ci circonda.

Oggi la sfida è molto più complessa di ciò quello che si crede e passa attraverso il modo in cui diamo senso alla realtà, basandoci sulle nostre conoscenze e rappresentazioni precedenti.

In pratica, tendiamo a vedere quello che ci aspettiamo di vedere, come quando leggiamo “BAR” anche se in un’insegna al neon funzionano solo la “B” e la “R”. I manipolatori lo sanno bene e usano questa nostra “pigrizia cognitiva” per orientarci senza che ce ne accorgiamo.

Ecco una piccolissima guida, scritta col cuore e con la testa (e anche con un pizzico della mia anima) per iniziare questo percorso di liberazione. Tre pilastri su tutto

Impariamo a distinguere i “dogwhistle”

Con la parola “dog whistle” si indica il fischietto ad ultrasuoni per ammaestrare i cani. Nella comunicazione orientata a manipolare le masse sono messaggi in codice dove una parte del pubblico sente un significato normale, mentre un’altra parte recepisce un messaggio cifrato, spesso legato a pregiudizi o ideologie estremiste.

ESEMPI

  • Il numero 1488. Per molti è solo una cifra, ma per i neonazisti è un codice che richiama slogan suprematisti.
  • la parola “sicurezza“. In Italia agisce spesso come segnale nascosto per attivare pregiudizi verso i migranti in modo subliminale.
  • L’espressione “globalista“. Spesso è un segnale in codice per alludere a teorie del complotto o messaggi contro minoranze svantaggiate.

Per avvicinarci alla verità togliamo i “figleaf”

“Figleaf” invece significa “foglie di fico”. Sono quelle frasette o comportamenti usati per mascherare contenuti inaccettabili (come il razzismo o il sessismo) rendendoli “dicibili” nel discorso pubblico. Servono a spostare i confini di ciò che consideriamo normale e accettabile.

ESEMPI

  • “…non sono razzista, ma…” (o la variante “non sono sessista, ma…”);
  • “…ho molti amici neri“, usata per camuffare pregiudizi dietro una finta apertura.
  • “…stavo solo scherzando…“, per negare la responsabilità di un’offesa pesante.
  • “…la gente dice che…“, utile per diffondere veleno senza apparire l’emittente.
  • “…sto solo facendo una domanda“, usata per seminare dubbi complottisti restando apparentemente neutrali.

Che sia chiaro, queste frasi sono “figleaf” solo se sono usate come tali. Potrei dire tranquillamente “Ho molti amici neri…” e continuare il discorso con contenuti ragionevoli.

Diffidiamo dalle narrazioni del fallimento

Sta volta non c’è bisogno della traduzione dall’inglese “Narrative of Failure”, con l’italiano si capisce benissimo.

Per cui, diffida delle narrazioni del fallimento! Spesso si dipinge un’avversario, come un’etnia, un avversario politico o anche un’istituzione come un male assoluto “salvo” qualche eccezione che, guarda caso, è amico di chi sta confezionando la narrativa.

Tipo esempio è la narrazione del fallimento della Magistratura italiana:

Siamo stanchi di un sistema marcio, infestato da metastasi correntizie che bloccano il Paese. La giustizia italiana è una casta intoccabile che usa i processi come armi politiche per eliminare chi non le piace. E, se sbaglia, non paga MAI. Il caso Palamara è stato la prova finale: il sistema è fallito e serve una chirurgia d’urgenza. Vogliamo efficienza e responsabilità, non giudici onnipotenti!

Diventa un cittadino monitorante, non solo uno spettatore

Spesso ci comportiamo da cittadini “pigri” perché informarsi costa fatica.

È quella che si chiama “razionalità a bassa informazione”: prendiamo scorciatoie, ascoltiamo solo chi la pensa come noi e finiamo in “camere d’eco” dove le nostre idee rimbalzano all’infinito, diventando sempre più estreme.

Per liberarci, dobbiamo passare al modello del cittadino “controllore”: quello che tiene d’occhio gli avvenimenti in modo vigile e si attiva davvero quando nasce un problema serio. Non dobbiamo sapere tutto di tutto, ma dobbiamo avere il fiuto per capire quando qualcuno sta cercando di “manipolare il messaggio” per noi.

Usa il “magico” potere del contro-discorso

Quando senti qualcosa che non va, non restare in silenzio. Il silenzio spesso viene interpretato come un “compiacente accomodamento” che finisce per legittimare l’autorità di chi sta dicendo cose ingiuste. Abbiamo tre strumenti fantastici per rispondere:

Respingere

Significa qualificare un enunciato come falso o dubbio, portando ragioni e prove contrarie.

Se senti dire che gli immigrati mangiano i gatti domestici, rispondi con i fatti: “Questo è falso, non ci sono denunce o evidenze“. Significa qualificare un enunciato come dubbio portando prove contrarie.

Bloccare

È la capacità di portare alla luce un contenuto implicito o un pregiudizio nascosto, costringendo chi parla ad assumersene la responsabilità.

Se un tifoso urla “muoviti, femminuccia!“, chiedigli: “Cosa c’è che non va nelle femmine?“. Così porti alla luce il contenuto implicito e impedisci che quel pensiero diventi un’informazione data per scontata.

Distorcere o “piegare il discorso”

Consiste nel rispondere in modo deliberatamente “deviante”, dando alla frase dell’altro un’interpretazione che rispetti i valori di uguaglianza, togliendo così spazio alla provocazione originale.

Se leggi un commento come “che noia questo razzismo“, rispondi in modo deviante: “Hai ragione, è ora di smetterla di discriminare per il colore della pelle!“. Così dai alla frase un senso egualitario e togli spazio alla provocazione originale.

Riscopriamo la democrazia del dialogo

La politica oggi è diventata “spettacolarizzata” e “personalizzata”. Mentre la spettacolarizzazione si può capire, vista la fame dei media di attirare l’attenzione, è gravissimo che in una repubblica parlamentare come la nostra si trasformino in protagonisti i Presidenti del Consiglio come se fossimo in una democrazia presidenziale.

Ci vendono i leader come se fossero prodotti commerciali e noi spesso compriamo il “pacchetto” basandoci sull’emozione del momento e sulla fiducia che riescono a conquistare. Per liberarci, dobbiamo pretendere e praticare una democrazia diversa, quella “deliberativa”.

Votare ogni cinque anni è solo il minimo, dobbiamo partecipare a spazi dove le preferenze iniziali possono trasformarsi attraverso il confronto basato sulla ragione e sull’ascolto reciproco.

Esperimenti come i “minipubblici” e i bilanci partecipativi dimostrano che i cittadini, se messi in condizione di discutere con informazioni corrette, sanno prendere decisioni eccellenti per il bene comune:

  • Nei “minipubblici”, gruppi di persone estratti a sorte studiano temi complessi e ascoltano esperti per decidere insieme. È un percorso che trasforma le preferenze iniziali in decisioni orientate al bene comune.
  • A Porto Alegre migliaia di cittadini scelgono l’uso delle risorse pubbliche con bilanci partecipativi. Tali arene sono vere “scuole di democrazia” che ci rendono cittadini più informati e illuminati. Se messi in condizione di discutere con informazioni corrette, diventiamo architetti del futuro.

L’educazione come atto di ribellione intelligente

Infine, la vera chiave di volta è l’educazione. Ma non quella fatta di nozioni imparate a memoria. Abbiamo bisogno di un’educazione che ci aiuti a scoprire i veri valori attraverso l’indagine senza pregiudizi.

È quella che possiamo chiamare “pedagogia della cura”, che si oppone alla “pedagogia dell’odio” e della paura che spesso ci viene somministrata dai media. Dobbiamo imparare a “guardare” davvero, a percepire l’essenziale, liberandoci dai condizionamenti della nostra cultura, della religione o della classe sociale che ci portano a vedere l’altro come una minaccia invece che come un volto.

Liberare l’Italia dai manipolatori significa capire che la parola è una pietra e che il linguaggio può essere usato come arma di subordinazione, ma anche come straordinario dispositivo di resistenza. Significa non accettare più che le verità della politica siano solo “verità codificate” per fini di potere, ma pretendere che la mediazione informativa sia un servizio reso ai cittadini e non un’impresa che cerca solo profitto a costo di ipocrisie.

Non è un percorso breve, lo so. Ma come diceva quella favola delle “Chiocciole” di Esopo, agire fuori tempo è biasimevole. Il nostro tempo per agire, per svegliarci dal “sonno della ragione” e attivare una vigilanza critica sul linguaggio, è adesso.

Dobbiamo smettere di essere complici involontari di questo circuito di parole e iniziare a essere noi stessi i progettisti di una realtà più trasparente. Siamo ancora in tempo per far sì che la nostra democrazia non sia solo una “messinscena” o un rito vuoto, ma un interesse comune vivo e operante.

La vera libertà nasce nella nostra mente, ogni volta che decidiamo di non farci incantare dalle parole e di cercare, con pazienza, la verità dei fatti.

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