Oltre le quinte della democrazia: l’arte di non farsi manipolare

Written by:

Mikas Vida

Continuiamo il discorso sulla manipolazione delle notizie, sta volta approfondendo la distorsione informativa.

La distorsione informativa

Le mie opinioni, come anche le tue, in realtà non sono realmente mie. Bisogna prima fare un bagno di umiltà per capire di essere costantemente lambiti da un vento che va sempre verso una direzione che, proprio come per un albero, ci spinge a crescere verso percorsi che magari non avremmo mai scelto.

La nostra percezione della realtà viene plasmata da quella che si può definire una vera e propria ingegneria del consenso. In una democrazia, dove la forza bruta non è un’opzione, il potere si esercita attraverso la gestione delle attitudini collettive mediante la manipolazione di simboli significativi. È una rivoluzione silenziosa, forse più profonda di qualsiasi spostamento di potere economico.

Siamo nell’epoca della gestione industriale dell’ignoranza e della credenza.

Il meccanismo dietro la tenda: l’ingegneria del consenso

Purtroppo, il termine “ingegneria del consenso” non è un’invenzione moderna, ma una pratica nata nel secolo scorso per disciplinare l’opinione pubblica. Nelle nostre democrazie liberali, dove la forza non può essere usata per governare, si usa la parola.

Tradizionalmente vengono identificati cinque “filtri” attraverso cui l’informazione deve passare prima di diventare “notizia”. Questi filtri includono la proprietà concentrata dei media, la dipendenza dalla pubblicità e l’affidamento a “esperti” approvati dal sistema. Il risultato? Ciò che leggiamo è spesso il “residuo pulito” di un processo di selezione che serve a fissare le premesse del discorso pubblico. Le agenzie di stampa, in questo contesto, agiscono come fornitori all’ingrosso: se loro fanno il mercato, noi consumiamo la merce che hanno scelto per noi.

La trappola del linguaggio: presupposizioni e cornici

Spesso la manipolazione passa per sentieri invisibili. Prendiamo le presupposizioni: sono informazioni che diamo per scontate affinché una frase abbia senso. Se un politico dice:

non sta solo facendo una domanda; sta inserendo nel “terreno comune” della conversazione l’idea che il vecchio reddito di cittadinanza sia una misura destinata a chi truffa lo stato.

Questi contenuti “non a tema” sono subdoli perché non attirano la nostra vigilanza critica. Entrano nel nostro sistema di credenze senza bussare, diventando parte della nostra mappa mentale, ovvero del modo in cui diamo senso agli eventi sulla base di ciò che già conosciamo.

Se la comunicazione risulta efficace, finiamo per “accomodare” queste informazioni, rendendo inammissibile ogni punto di vista differente. Avrai notato, già oggi, che su certe parole non c’è alcuna possibilità di dibattito.

L’era digitale e il collasso del contesto

Con IA e i social network, questa ingegneria è potenziata dagli algoritmi. L’architettura digitale può essere manipolata per creare disorientamento, ovvero quella condizione in cui perdiamo la capacità di distinguere il vero dal falso.

Sui social network viviamo il “collasso del contesto”: pubblici diversi si mescolano e i messaggi vengono “lanciati” per risuonare in camere d’eco specifiche. Qui, tecniche come il trolling diventano dispositivi di propaganda politica che usano lo scherzo come foglia di fico per veicolare ideologie tossiche, rendendo difficile ogni forma di contrasto senza dare loro ulteriore risonanza.

Come riprenderci lo spazio pubblico

Nonostante sia pessimista, ritengo che siamo tutt’altro che impotenti. Al contrario, la consapevolezza è il primo passo verso l’attivismo filosofico e una cittadinanza responsabile. Ecco alcune azioni concrete che possiamo intraprendere:

  • Esercitare la vigilanza critica. Dobbiamo imparare a esporre il “sottobosco sinistro” delle parole di combattimento. Chiediamoci sempre: “cosa sta dando per scontato questo enunciato?“. Imparare a identificare le presupposizioni è come accendere una luce in una stanza buia.
  • Utilizzare il contro-discorso in modo strategico. Non limitiamoci a negare il falso, evita come la peste la negazione a priori. Possiamo “bloccare” l’inserimento di contenuti tossici nel terreno comune esplicitandoli e rifiutandoli (“oi, stai presupponendo che… e io non lo accetto“). Oppure possiamo usare la “distorsione deliberata”, rispondendo a un commento provocatorio come se fosse un contributo costruttivo, forzando l’interlocutore a seguire norme di uguaglianza.
  • Sostenere la democrazia deliberativa. La soluzione non è solo “più informazione”, ma “migliore interazione”. Dobbiamo promuovere spazi di comunicazione orizzontale dove le preferenze non siano solo aggregate, ma trasformate attraverso l’ascolto reciproco e la forza dell’argomento migliore.
  • Praticare l’ascolto attivo e il “messaggio-io”. Nelle nostre comunità e organizzazioni, evitiamo i messaggi che giudicano l’altro (“messaggio-tu”). Usiamo invece il “messaggio-io” per descrivere comportamenti ed effetti, creando un clima di fiducia che prevenga il groupthink e favorisca decisioni di qualità.
  • Esigere trasparenza algoritmica. Come cittadini digitali, dobbiamo chiedere database pubblici per la pubblicità politica e meccanismi che permettano di monitorare le campagne di manipolazione (FIMI toolbox).

La democrazia è un processo di “parola prima che di conteggio”. Se vogliamo che fiorisca, dobbiamo ristrutturare sia lo Stato che la società civile, rendendoci corresponsabili della qualità del nostro discorso pu

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