Oggi leggevo l’articolo (di cui consiglio la lettura) di Chiara Brusini: 2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi” che purtroppo non fa che confermare il sentore che avevo da quando Musk prometteva soldi a chi avesse votato Trump.
Se anche tu, come me, ti stai chiedendo se esista davvero un tentativo da parte delle élite economiche di influenzare o controllare le masse anche dove vige la democrazia, la risposta breve è: Sì.
E, se sei tra i pochi che hanno letto i miei articoli sulla questione, saprai benissimo che non mi riferisco a “l’ordine 66 proclamato dal signore dei Sith“, a complotti oscuri, ma di un sistema strutturale che tende a proteggere gli interessi di chi possiede grandi capitali.
Io non sono un complottista ma, semplicemente, credo che nel mondo esistano dei “motori invisibili, delle volontà collettive che indirizzano il nostro destino. Tra tutte le volontà, c’è quella di accumulare potere che ha mille sfaccettature e che, sicuramente, porterà prima o poi il genere umano ad un periodo molto buio.
Intanto, facciamo un po’ di ordine con un po’ di concetti semplici.
1. Chi possiede il microfono decide la musica
Il primo grande “filtro” attraverso cui passa la nostra percezione della realtà è la proprietà dei mezzi di comunicazione. In molte democrazie consolidate, le maggiori imprese mediatiche sono controllate da persone straordinariamente ricche o da manager sottoposti a forti pressioni di mercato. Oggi, a livello globale, la stragrande maggioranza delle corporation del settore sono di proprietà di miliardari o comunque a gente con molti, molti, soldi.
Questo crea quello che alcuni studiosi definiscono un “oligopolio statistico”, dove le notizie che arrivano sul tuo monitor sono già state filtrate per non disturbare eccessivamente lo status quo. Non è che i giornalisti siano necessariamente disonesti; spesso operano con integrità, ma all’interno di vincoli strutturali così potenti da rendere difficile anche solo immaginare basi alternative per scegliere cosa sia “notizia”.
2. La fabbrica dell’ignoranza e del dubbio
Hai mai sentito parlare di agnotologia? È lo studio della produzione deliberata dell’ignoranza. Grandi centri di potere economico hanno capito da tempo che, per controllare l’opinione pubblica, non serve sempre nascondere la verità: a volte basta annegarla nel dubbio.
È successo con l’industria del tabacco e sta succedendo con il dibattito sul cambiamento climatico. Finanziare think tank che producono studi “esperti” con conclusioni predeterminate serve a mantenere il dibattito “nella giusta prospettiva”, impedendo che i cittadini riconoscano dove risiedono i loro veri interessi. Se le persone sono confuse o disorientate, perdono la capacità di distinguere la verità dalla falsità e diventano più facili da gestire.
Questo meccanismo è così rodato che oramai ci sono governi che tranquillamente possono sfidare la scienza e fabbricare nuove “verità” con masse di creduloni pronte a difenderle.
3. La cattura della politica e le porte girevoli
La disparità economica si traduce direttamente in disparità politica. Secondo l’articolo di Chiara Brusini citato all’inizio del mio post, un miliardario ha circa 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica elettiva rispetto a un comune cittadino.
E ho trovato per la prima volta un’altra declinazione del temine cattura (oltre a quella disciplinare già usata), ossia la “cattura della politica” (o regulatory capture), che avviene quando gli enti pubblici, anziché agire per l’interesse collettivo, operano a favore dei gruppi che dovrebbero regolamentare. E così ritorniamo alle cosiddette “porte girevoli”, ovvero il passaggio continuo di alti dirigenti tra cariche pubbliche apicali e prestigiosi ruoli nel settore privato.
Non meravigliarti se, col passare del tempo, scoprirai che ci sono leggi ad hoc che rafforzano sempre più i privilegi acquisiti da chi comanda, offrendo ancora più prospettive per il distacco economico dai “poveri” cittadini comuni.
4. Pane, circo e distrazione digitale
Vale la pena ricordare un’altra tecnica intramontabile per il controllo del consenso è la distrazione. In un sistema di alta disuguaglianza, l’intrattenimento leggero e spettacolarizzato funge da equivalente moderno dei “giochi del circo” romani. Spostare l’attenzione su conflitti superficiali, sulla vita privata dei leader o su “notizie vere ma finte” serve a evitare un’analisi strutturale dei problemi.
Il berlusconismo in Italia è stato un pioniere in questo: un modello politico-mediatico che ha usato linguaggi semplici, emotivi e rassicuranti per costruire un’identificazione aspirazionale con il successo del leader-imprenditore. Oggi, nell’era dei social network, questa dinamica si è amplificata. I miliardari che possiedono le piattaforme digitali controllano algoritmi che determinano cosa vediamo e in cosa crediamo, facilitando spesso la polarizzazione e la frammentazione del dibattito in “bolle” dove ognuno sente solo ciò che vuole sentire.
5. La consapevolezza di chi detiene i media può salvarti
La democrazia non è solo andare a votare ogni tanto; è la capacità di formare la propria volontà attraverso un dibattito pubblico libero e informato. Quando l’informazione viene trasformata in merce o in uno strumento di potere, la nostra stessa libertà viene limitata. L’ignoranza, in questo contesto, diventa impotenza.
Sviluppare uno sguardo critico su chi finanzia le notizie, su chi possiede le piattaforme e su quali interessi si nascondano dietro certe “riforme” è il primo passo per riprenderci il nostro ruolo di cittadini attivi. La democrazia sopravvive solo se siamo capaci di guardare dietro il velo della propaganda e di esigere una partecipazione che non sia solo formale, ma reale.




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