Buongiorno a tutti, dopo qualche settimana un po’ troppo intensa a causa del mio lavoro da ingegnere antincendio, posso finalmente tornare a scrivere di ciò a cui tengo: la manipolazione delle masse nei paesi democratici.
So di non dirti nulla di nuovo a sostenere che viviamo in un’epoca in cui l’informazione non manca mai, anzi, ci sommerge come un’onda anomala ogni volta che apriamo un social o un sito di notizie. Ma c’è un paradosso sottile in questo mare di dati: avere più informazioni non significa necessariamente essere più informati. A volte, è esattamente il contrario.
Troppo informazioni nel nostro cervello è come avere un ufficio con troppe cose o un armadio con troppi vestiti: ciò che non viene ordinato, catalogato, sistemato, è come se non esistesse. Ci ritroviamo quindi ad utilizzare ciò che è più probabile che venga trovato o, tornando alla questione informativa, a credere ciò che più spesso ci viene detto.
La strategia del “flooding”
Spesso pensiamo alla censura come a qualcuno che ci impedisce di parlare. Ma nelle democrazie moderne, la manipolazione più efficace non nasconde i fatti, li annega. Fin dalla prima guerra mondiale, è stato chiaro che uno dei modi migliori per controllare le notizie è inondare i canali comunicativi con una marea di “fatti ufficiali”.
Perché funziona? Perché i media hanno bisogno di un flusso costante e affidabile di materia prima per riempire i loro palinsesti e siti. Le agenzie di comunicazione, che hanno migliaia di addetti alle pubbliche relazioni, offrono questo materiale “pronto all’uso” a basso costo, agendo come veri e propri “definitori primari” della realtà.
Il mito della neutralità ufficiale
Ecco dove le cose si fanno complicate per noi cittadini in buona fede che vogliono solo informarsi. Siamo stati educati a pensare che ciò che dice un portavoce del governo o un ministero sia intrinsecamente più autorevole e “nuovo”. Ma questa priorità assegnata al materiale fornito dal potere è, di per sé, una distorsione.
Quando i canali di news sono intasati da dichiarazioni ufficiali, conferenze stampa e “veline”, lo spazio per l’analisi critica e per le voci dissenzienti scompare, non per decreto, ma per mancanza di tempo e attenzione. È quello che si chiama “controllo dell’agenda”: se il governo decide di cosa dobbiamo parlare oggi, ha già vinto metà della battaglia, anche se ne parliamo male.
Cosa possiamo fare?
Non tutto è perduto, ma serve un cambio di mentalità radicale. Non basta essere “connessi”, bisogna essere “consapevoli”. Ecco alcuni passi concreti:
- Pratica lo scetticismo radicale: non intenderlo come cinismo, ma come una sana igiene mentale. Dobbiamo riconoscere che l’informazione fornita dalle istituzioni è una strategia di comunicazione, non una verità neutra. Il semplice fatto che un’informazione sia “ufficiale” non la rende un fatto oggettivo.
- Dalla neutralità alla verificabilità: come lettori, smettiamo di premiare la “neutralità di facciata” (quella che dà lo stesso spazio a una verità e a una bugia ufficiale in nome del bilanciamento). Cerchiamo e sosteniamo il giornalismo che pratica la “verificabilità responsabile”: quello che ci mostra le fonti, che scava nei dati e che non si limita a fare da megafono al comunicato stampa di turno.
- Cerca le lacune, non solo le presenze: chiediamoci sempre: “Di cosa non stiamo parlando perché siamo troppo occupati a discutere dell’ultima dichiarazione del ministro?”. La vera manipolazione spesso risiede in ciò che viene spinto nelle pagine interne o ignorato del tutto.
- Supporta le voci indipendenti: la pluralità delle fonti è il nostro miglior vaccino. Le agenzie di stampa e i media che mantengono l’indipendenza economica e respingono le pressioni del potere sono vitali per la nostra libertà.
La democrazia non muore nell’oscurità, ma a volte rischia di essere accecata da troppa luce artificiale. Sviluppare una consapevolezza critica verso la priorità distorta data alle fonti ufficiali è il primo passo per riprenderci la nostra capacità di giudizio autonomo.
E tu, ti eri accorto di questo “overload” di informazioni? Ti capita mai di sentire che stiamo parlando tutti della stessa cosa solo perché “qualcuno” ha deciso così?




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