Io stesso, lavorando nel mio piccolo mondo della comunicazione (in ambito antincendio), specialmente in un contesto digitale come LinkedIn, mi sento spesso incentivato a celebrare costantemente la “potenza” di poter raggiungere facilmente il mio target di riferimento. Ma c’è un paradosso, un tallone d’Achille strutturale, che minaccia la qualità dei miei contenuti: il mio modello imprenditoriale dovrebbe essere al servizio dei miei clienti che vogliono essere più sicuri, non essere intrinsecamente progettato per servire gli interessi del mio fatturato (che vedo come un risultato secondario e non come l’obbiettivo).
Non è facile restare eticamente integri (in passato ho esposto un paio di volte il problema) e, bene o male, siamo tutti colpevoli di un piccolo, ma significativo, atto di ingenuo egoismo: pensare al nostro orticello, al nostro guadagno personale, piuttosto che ai benefici comuni.
Ora però provo ad estendere il mio caso a quello dei giornalisti, che dovrebbero lavorare per far emergere la verità e invece lavorano per attirare lettori, aumentare click e copie vendute, nonché abbonamenti, e quindi attrarre investitori pubblicitari.
Il club esclusivo: i media che vantano un’audience di qualità
La dinamica è spietatamente semplice: l’industria mediatica è, nel suo nucleo, un sistema in cui le grandi aziende vendono un prodotto (i lettori e il loro pubblico) ad altre aziende, gli inserzionisti. Il successo economico non dipende dal numero totale di occhi che guardano, ma dalla loro qualità, definita dal loro potere d’acquisto, per tre semplici motivi:
- I media sono interessati ad attrarre pubblici con capacità di spesa, il che si traduce in un sistema di voto ponderato in base al reddito. I media che prosperano in un ambiente pubblicitario ricevono sussidi che consentono loro di avere un vantaggio di prezzo e marketing, che indebolisce ulteriormente la concorrenza non commerciale.
- Le testate che servono gruppi sociali a basso reddito, i movimenti sindacali o i media a tema radicale o progressista, sono storicamente svantaggiate, poiché i loro lettori sono considerati “non acquirenti”. Questo crea un meccanismo in cui le scelte degli inserzionisti finiscono per funzionare come un’autorità di licenza de facto, decidendo quali voci hanno la possibilità di sopravvivere economicamente.
- Gli inserzionisti cercano un ambiente che non interferisca con l’“umore d’acquisto” (“buying mood”), il che spinge i media a evitare controversie e complessità serie. Preferiscono contenuti che intrattengano e distraggano, il che, a sua volta, funge da veicolo per messaggi ideologici nascosti e dirottano l’attenzione del pubblico dalla politica (l’equivalente dei “giochi del circo” dell’antica Roma).
Questa pressione commerciale costante e pervasiva porta a compromessi sulla politica editoriale, a notizie più caute, a meno giornalismo investigativo e a una riluttanza generale a sfidare gli interessi dell’establishment.
A tutto c’è un prezzo, anche se nascosto
Quando i media si conformano a questa logica, si verifica una conseguenza democratica drammatica: l’erosione della sfera pubblica, ovvero quell’insieme di luoghi e forum in cui vengono dibattuti temi incredibilmente importanti per la comunità democratica.
L’erosione della sfera pubblica, favorita dalla dipendenza dalla pubblicità, facilita la gestione dei media da parte di governi e potenti entità aziendali. Se il pubblico è costantemente esposto a messaggi che privilegiano l’intrattenimento e le narrazioni ideologiche semplificate, perde la capacità di impegnarsi in un dibattito critico e di esercitare un controllo significativo sul processo politico.
Per superare questa disfunzione, dobbiamo intervenire non solo sui contenuti, ma sulla struttura del sistema che li produce.
Le soluzioni per la “polity” e l’interesse generale
Come cittadini non possiamo limitarci a lamentare la crisi; dobbiamo finanziare attivamente e costruire le soluzioni. La democrazia richiede urgentemente una democratizzazione delle fonti di informazione.
La soluzione non risiede solo nel “pubblico” inteso come spettatore, ma nel pubblico inteso come corpo politico (detto “polity” nelle fonti anglosassoni). Ciò significa sviluppare media che servano l’interesse generale, anche se questo comporta trattare argomenti complessi o sgraditi agli inserzionisti.
Investire nei media a servizio pubblico e comunitari
È fondamentale che i movimenti e i gruppi civici investano le proprie energie e risorse finanziarie nella creazione e nel sostegno di media propri: canali o piattaforme non-profit, stazioni radio/TV comunitarie, piattaforme digitali indipendenti. In questo modo:
- I sistemi di trasmissione pubblica possono fornire una contromisura al modello commerciale. Sostenere e rivitalizzare il settore pubblico è vitale per una repubblica come l’Italia, poiché il suo declino è sfavorevole alla performance democratica.
- Si può facilitare l’accesso ad informazioni di alta qualità sulla politica, sull’ambiente, sull’economia, ecc., e non solo sulla promozione di prodotti, servizi e stili di vita che ne incentivino il consumo.
Rafforzare il monitoraggio delle fonti di informazione con l’Ombudsman
Per garantire che i governi agiscano per l’interesse della polity e non solo per le élite connesse, è necessario un monitoraggio efficace e non partitico.
In letteratura esiste uno strumento di controllo legislativo che risulta essere fortemente e significativamente correlato allo status di democrazia liberale (ovvero, una democrazia che non è solo formale ma sostanziale), ed è l’istituzionalizzazione della funzione di Ombudsman (una sorta di “difensore civico”):
L’Ombudsman è efficace perché, a differenza di strumenti facilmente politicizzabili (come le interrogazioni parlamentari), non può essere utilizzato in modo fazioso, gode di credibilità e legittimità, e svolge le sue attività in modo non partitico, mantenendo i governi responsabili e prevenendo abusi di potere. L’aumento della probabilità che un paese sia liberale democratico quando è presente l’Ombudsman è del 26,6%.
Per avere una vera democrazia liberale non ci si può accontentare del potenziale di controllo (avere gli strumenti), ma si richiede un’attuazione del controllo reale ed efficace. L’Ombudsman è un meccanismo che aiuta questa transizione.
Conclusione
La sfida che abbiamo di fronte non riguarda solo il cosa comunichiamo, ma il per chi lo facciamo. Dobbiamo disinnescare la logica che trasforma la nostra attenzione in una merce e il nostro voto in un atto condizionato dalla pubblicità, costruendo canali che, attraverso l’ombrello di media di servizio pubblico e meccanismi di controllo non partitici, si concentrino sulla qualità civica, sulla verità e sulla resilienza delle nostre democrazie.




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