Quando l’attenzione si compra e la verità si svende

Written by:

Mikas Vida

Mai come in queste settimane non ho potuto fare a meno di notare un paradosso fondamentale che affligge i paesi democratici come l’Italia (eh si, l’Italia è una democrazia anche se non perfetta):

Il modello di business basato sulla pubblicità, ha silenziosamente eroso la qualità del dibattito pubblico e la nostra capacità di distinguere i fatti dalle narrazioni ideologiche.

Con questo post voglio approfondire il perché questo accade e, soprattutto, cosa possiamo fare per riprendere il controllo.

Il problema: il cittadino che si trasforma in consumatore

Il cuore del problema risiede in un’amara verità: nel sistema mediatico commerciale, le aziende non vendono prodotti al pubblico; vendono l’attenzione del pubblico agli inserzionisti. Questo trasforma i cittadini in “consumatori” e i loro desideri in dati demografici monetizzabili.

Ma come si attua questa strategia dei contenuti?

  • La pubblicità ti offre una “licenza editoriale”: la pubblicità agisce come una vera e propria “autorità di licenza” de facto. I media che non riescono ad attrarre annunci pubblicitari (o che non attraggono il tipo giusto di pubblico, cioè quello “benestante”) vengono spinti ai margini o costretti a chiudere.
  • Incentivare contenuti che limitino al massimo la complessità e il conflitto: gli inserzionisti cercano programmi che intrattengano e non interferiscano con l’”umore d’acquisto” (buying mood). Di conseguenza, i media tendono a evitare temi complessi, controversie divisive o critiche esplicite su temi seri come guerre, inquinamento ambientale, crisi energetica…
  • Il sensazionalismo come anticamera dell’intrattenimento che genera benessere: per massimizzare l’audience e l’engagement (i clic), la linea editoriale si orienta verso ciò che è emotivo, facile da digerire, e spesso sensazionale (sesso, sport, violenza), a scapito di notizie fondamentali ma più difficili, come la politica estera o le riforme sociali.
  • I contenuti corrotti dal peso dell’affiliazione con gli inserzionisti: questa dipendenza non solo influenza la scelta dei contenuti, ma rafforza anche la tendenza dei media ad allinearsi agli interessi dei loro sponsor, spesso conservatori dal punto di vista culturale e politico.

Quando le scelte editoriali sono subordinate alle esigenze degli inserzionisti, il risultato è l’erosione della sfera pubblica politica, sostituita da una cultura del consumo.

Dalla neutralità all’amplificazione della propaganda

In un ambiente guidato da questi incentivi, anche i media professionali (quelli che aspirano all’obiettività) sono vulnerabili. Il loro tentativo di mantenere una “neutralità dimostrativa” in presenza di sforzi di propaganda asimmetrica può, paradossalmente, amplificare la disinformazione.

Come?

  1. La trappola della falsa equivalenza: per apparire equilibrati, i giornalisti possono dare pari peso a due visioni opposte, anche quando una delle due è manifestamente falsa (ad esempio, se contrapponiamo le posizioni negazioniste sui cambiamenti climatici e il consenso scientifico, l’equilibrio si sposta inevitabilmente verso una posizione più estrema). Questo approccio, pur essendo formalmente “bilanciato,” serve perfettamente agli obiettivi dei propagandisti, confondendo il pubblico.
  2. La disinformazione accreditata: la stampa mainstream e professionale, a lungo percepita come credibile, diventa un veicolo di legittimazione per narrazioni altrimenti marginali. Quando un giornale prestigioso (anche se in cerca di titoli sensazionalistici) pubblica un’indiscrezione “che solleva legittime domande,” offre il timbro di credibilità alla propaganda, anche se le smentite sono seppellite in profondità nell’articolo.

In sintesi, il problema non è che i media mentano, ma che le loro routine e i loro modelli di business rendano difficile affrontare la verità in modo efficace e accessibile, specialmente quando questa verità è complessa.

Dall’inerzia alla responsabilità attiva

Non possiamo permetterci di cedere al cinismo. La vulnerabilità del sistema informativo non è un destino tecnologico ineluttabile; è il risultato di scelte istituzionali e culturali. Il ruolo dei media nella democrazia è fondamentale per prevenire gli abusi di potere e mantenere i controlli.

Se vogliamo rafforzare la resilienza democratica, dobbiamo agire su più livelli:

Per i giornalisti e i direttori di TG e quotidiani:

  • Spostarsi verso la verità verificabile: la pratica dell’obiettività deve evolvere dalla “neutralità dimostrativa” al contenuto verificabile. Questo significa rendere trasparenti le fonti, i metodi di raccolta dati e i processi decisionali.
  • Abolire la paura di sembrare “sbilanciati”: i professionisti devono sentirsi autorizzati a esporre le narrazioni palesemente false senza temere l’accusa di parzialità, che è spesso una tattica per amplificare la propaganda. Se in un TG mi danno spazio per dire che gli unicorni esistono davvero, non c’è nulla da temere se sono obbligato a mostrare le fonti di ciò che sostengo (che non troverò).
  • Investire nel giornalismo a sostegno popolare: sostenere le istituzioni di giornalismo (come quelle finanziate dai cittadini) che sono meno esposte ai vincoli commerciali.

Per le piattaforme digitali

  • Rompere il monopolio dei dati: le piattaforme devono essere vincolate a fornire ai ricercatori indipendenti e in buona fede: l’accesso ai dati (nel rispetto della privacy degli utenti) per consentire una valutazione esterna dell’impatto della disinformazione sul sistema mediatico.
  • Trasparenza sulla pubblicità politica: è urgente un dispositivo di trasparenza per la pubblicità politica online. L’obiettivo è creare un database pubblico e consultabile on-line che includa copie degli annunci, il pubblico target e i dati di spesa. Questo esporrebbe le campagne manipolatorie che operano in modo subdolo e mirato all’analisi attenda dei cittadini più attenti.

Per i cittadini:

  • Esigere la provenienza: non limitarsi al titolo. È fondamentale ricercare le fonti primarie, non solo quelle secondarie, e valutare criticamente il sommario dei contenuti di chi parla.
  • Finanziare l’informazione di qualità: Riconoscere che l’informazione indipendente ha un costo e contribuire attivamente a sostenerla, opponendosi alla logica che le informazioni debbano essere gratuite, un modello che favorisce la manipolazione commerciale.

Il rischio che la democrazia diventi semplicemente una maschera (democrazia formale) che nasconde l’irresponsabilità e l’incompetenza è sempre presente. Non possiamo permettere che la paura del conflitto e la ricerca del guadagno si traducano in una sistematica soppressione della verità.

La battaglia per un’informazione onesta non si vince con la tecnologia, ma con scelte etiche e istituzionali chiare.

E tu, cosa ne pensi?

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