Appuntamento n. 11, questa volta orientato alla penalizzazione operata dai centri di potere su soggetti che forniscono contenuti indipendenti e non allineati alla “narrazione desiderata”.
Hai mai la sensazione che, nonostante l’incredibile abbondanza di informazioni, alcune voci sembrino semplicemente svanire nel nulla? Accadrebbe a me, accadrebbe a te e a qualsiasi altro soggetto civile che non ha alcuni “requisiti” (di cui ti parlerò dopo).
Non si tratta sempre di una censura palese fatta di leggi o divieti, non esiste un grande fratello che emette l’ordine di zittire Tizio o Caio. Però, nelle nostre democrazie, il controllo può avvenire attraverso un meccanismo molto più sottile e silenzioso: il soffocamento finanziario dei media non allineati all’establishment. Oggi vorrei che ci fermassimo un momento a riflettere su come il “portafoglio” stia agendo come un filtro invisibile che decide chi ha il diritto di essere ascoltato e chi, invece, deve restare nell’ombra.
La trappola del “pubblico di qualità”
Il problema nasce da una dinamica economica piuttosto cruda: il modello basato sulla pubblicità. Storicamente, gli inserzionisti non cercano solo un “pubblico,” ma un “pubblico di qualità“, che in termini commerciali significa persone con un alto potere d’acquisto. Questo crea un’autorità di licenza di fatto: se i tuoi lettori sono a basso reddito o se il tuo messaggio è profondamente dissenziente, il creatore di contenuti non attirerà investimenti e sarà destinata alla marginalità o alla chiusura.
Ciò è palesemente evidente anche agli influencer che iniziano per la prima volta: l’individuo che spinge su contenuti destinati a persone che possono spendere molti soldi hanno un vantaggio considerevole e, se ha successo, può essere addirittura contattato dalle aziende per regali o pubblicità pagate.
Questo meccanismo trasforma il mercato in un sistema di voto ponderato dal reddito, dove i media che servono le fasce più povere o le opinioni più critiche vengono semplicemente spinti fuori dalla “piscina dei contenuti”. È quella che gli esperti chiamano “censura economica,” e ha l’effetto devastante di rendere invisibili i problemi di intere fette della società, trattandole come “vittime indegne” di attenzione mediatica.
Il servizio pubblico (RAI) che si sta trasformando in un centro commerciale
Anche i media che un tempo consideravamo protetti, come la RAI, ha subito e sta continuando a subire una trasformazione inquietante. Sotto pressioni politiche ed economiche, ha emulato i giganti commerciali per sopravvivere (MEDIASET ha fatto scuola), un processo definito all’estero come la “malling” (trasformazione in centro commerciale) del servizio pubblico. E così, invece di presidiare la sfera pubblica come luogo di dibattito per tutti i cittadini, si tende a evitare le controversie che potrebbero infastidire chi vuole governare con meno dissensi possibile o gli sponsor che vogliono promuovere prodotti e servizi.
Il risultato? Una sfera pubblica de-intellettualizzata, senza veri dibattiti politici che inducano ad una indagine e/o riflessione, che preferisce l’intrattenimento leggero, lasciando i cittadini in una sorta di disorientamento informativo dove è sempre più difficile distinguere tra realtà e narrazioni di comodo.
Costruire la nostra casa, non affittare la loro
Quindi, cosa possiamo fare noi, come cittadini e comunità, contro questo odio sconsiderato verso la verità pluralista?. La risposta non è aspettare che i grandi algoritmi o i giganti della tecnologia si “puliscano” da soli. La soluzione è smettere di costruire esclusivamente su “terreni in affitto” e iniziare a investire nella nostra proprietà intellettuale e mediatica.
Se tu hai qualcosa da dire, se un soggetto in genere ha qualcosa da dire, deve investire in un suo media proprietario. E se questo soggetto dice delle cose che pensi sia utili ad elevare la cultura del pubblico, aiutalo a sostenere la sua struttura di contenuti.
Dobbiamo rimettere energia e, sì, anche denaro, nel supporto e nella creazione di media di base gestiti da gruppi intermedi e movimenti sociali. Ecco alcuni passi concreti che possiamo intraprendere insieme:
- Sostenere l’indipendenza: i movimenti di base devono dare priorità al finanziamento dei propri canali di informazione, che siano blog critici, podcast o newsletter curate.
- Recuperare il locale: guardiamo ai modelli di successo del passato, come alcuni canali radio all’estero, che hanno saputo informare e attivare comunità isolate.
- Promuovere la consapevolezza critica: Dobbiamo imparare a riconoscere quando una narrazione è costruita per distrarci o manipolarci, diventando noi stessi dei “veilleur critique” (osservatori critici) del nostro ecosistema informativo.
La democratizzazione delle fonti di informazione è essenziale per qualsiasi successo sociale e politico duraturo. Non possiamo permettere che il dibattito pubblico diventi un lusso riservato a chi ha un portafoglio abbastanza gonfio per gli inserzionisti.
Scegliamo di essere noi gli evangelisti dell’informazione indipendente, proteggiamo la diversità di pensiero come il bene più prezioso della nostra democrazia.




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