Ingegnere chimico antincendio e studioso delle dinamiche di comportamento delle masse nell’emergenza e nel quotidiano
Soprattutto qui su linkedin non manca la gente che vive per il fatturato. Un collega simpatico mi diceva “Solo l’uomo fallisce, il fatturato non fallisce mai” 😂. Magari questo approccio può essere utile per far vincere la competizione di mercato della tua azienda, ma che succede se tutti, pur di vincere, sacrificano i propri valori pur di fatturare?
Proprio con l’informazione, infatti, questo problema del profitto influenza direttamente la percezione della realtà degli elettori, indirizzando consensi e, quindi, il potere.
Se hai letto lo scorso articolo avrai capito che la tenuta della nostra democrazia è intrinsecamente legata alla qualità e alla pluralità delle nostre fonti di informazione. Purtroppo, la struttura del mercato mediatico è caratterizzata da una preoccupante concentrazione della proprietà in pochi soggetti, permettendogli di creare un primissimo filtro in un quadro più ampio dove i media diventano megafono di propaganda per i potenti interessi che li controllano e li finanziano.
Al centro di questa problematica strutturale si trova un meccanismo fondamentale: la ricerca costante del “risultato economico” imposta dalla pressione degli azionisti o in genere dei proprietari.
La dittatura del profitto e l’auto-censura
L’orientamento al profitto è uno dei principali elementi che influenzano le operazioni mediatiche. L’integrazione dei media nel sistema di mercato e la conseguente pressione per il “risultato economico” li spingono a concentrarsi intensamente sulla redditività.
Questo imperativo finanziario ha conseguenze dirette e corrosive sulla qualità dell’informazione, principalmente per tre motivi:
- Dipendenza dagli inserzionisti: le scelte editoriali vengono spesso subordinate alle esigenze degli inserzionisti. I media diventano “schiavi di una comunicazione che gli porta soldi con pubblicità o altri vantaggi”, riducendo la volontà di sfidare posizioni consolidate.
- Selezione dell’audience: la pressione finanziaria spinge i media ad attrarre intenzionalmente un pubblico abbiente con potere d’acquisto (la cosiddetta “selezione del pubblico ‘di qualità’”).
- Omogeneità culturale e auto-censura: la necessità di allinearsi per convenienza economica crea un’omogeneità culturale e l’adozione di “valori culturali e politici unificati”. I professionisti dei media, pur non ricevendo ordini diretti, spesso interiorizzano le premesse del sistema, esercitando l’autocensura, che è considerata lo strumento principale per il controllo della dottrina. Essi dicono ciò che i potenti vogliono sentirsi dire, temendo ripercussioni personali o per la loro testata.
L’influenza amplificatrice dei social network
I social network, in particolare, hanno agito come vettori potenti per la diffusione di propaganda e disinformazione, attraverso meccanismi come la networked discursive capture.
- Il ruolo dell’algoritmo e del clickbait: gli algoritmi delle piattaforme di social network possono favorire l’emersione di contenuti clickbait fabricators. Questi siti operano per puro tornaconto economico, sfruttando il sistema per generare entrate attraverso il click.
- Asimmetria e vulnerabilità: studi approfonditi mostrano un’architettura mediatica altamente asimmetrica, dove l’ecosistema mediatico italiano è risulta isolato e altamente suscettibile alla propaganda e alla disinformazione. Questo fenomeno è parte di un propaganda feedback loop che premia i media che rinforzano il bias, rendendo difficile l’adozione di una strategia orientata alla verità senza perdere influenza in quel segmento di pubblico. Al contrario, l’ecosistema mediatico più acculturato e con grado di istruzione maggiormente elevato, sebbene non immune, tende ad essere ancorato a norme di giornalismo professionale che funzionano come un meccanismo di reality-check e correzione.
- Targeting e manipolazione: inoltre, le grandi piattaforme di social network presentano una minaccia a lungo termine a causa della loro capacità di eseguire campagne altamente mirate e informate dalla scienza comportamentale, con il rischio di manipolazione su scala di popolazione.
Invertire la centralizzazione
Poiché i difetti dell’informazione derivano principalmente dalla struttura e dagli obiettivi dei media, la democrazia richiede urgentemente la democratizzazione delle fonti di informazione. E parte di questo processo possiamo essere noi elettori che, con i nostri acquisti, possiamo promuovere contenuti che incentivino una critica razionale piuttosto che reazioni emotive a qualunque cosa sia diverso dalla narrazione dominante.
La strategia deve concentrarsi su due pilastri:
- contenere e invertire la crescente centralizzazione dei media mainstream
- richiedere cambiamenti sostanziali nell’organizzazione e negli obiettivi mediatici.
E, per attuarla, dobbiamo almeno favorire questi processi:
1. Trasparenza e esposizione del potere: promuovere la trasparenza sui consigli di amministrazione e sulle interconnessioni societarie o lobbistiche, al fine di esporre chiaramente i centri di potere proprietari.
2. Sostenere modelli no-profit: sostenere finanziariamente e finanziare media alternativi e indipendenti che non siano soggetti agli interessi proprietari elitari. È essenziale supportare obiettivi mediatici non orientati al profitto e investire più energia e denaro nella creazione e nel supporto di media gestiti da movimenti di base e gruppi intermedi.
3. Liberare la RAI dai partiti e dalla logiche di profitto: contrastare la costante lottizzazione degli spazi mediatici pubblici e promuovere il rilancio e il miglioramento nuovi progetti NO-PROFIT. Dovremmo avere una piattaforma di contenuti streaming e TV che mirino a servire l’interesse generale della popolazione, e non solo l’audience con potere d’acquisto.
4. Riforma politica: Incentivare i gruppi politici che promuovono programmi che includano una riforma fondamentale dei media e della pluralità informativa. Non ci perde nessuno se si da voce a tutti.
Solo affrontando la radice strutturale del problema, e resistendo al conformismo indotto dalla ricerca di profitto, si potrà coltivare un’informazione che stimoli un dibattito costruttivo e metta in discussione efficacemente il punto di vista mainstream.




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