La democrazia dell’informazione: resistere alla centralizzazione dei media

Written by:

Mikas Vida

La struttura del mercato mediatico, caratterizzata dalla concentrazione della proprietà in pochi soggetti (che non nomino appositamente), è un problema serio per la salute della nostra democrazia. I media mainstream sono da decenni sotto il controllo di pochi grandi soggetti non solo italiani ma anche transnazionali (come gli USA). Questa tendenza si è rafforzata nel tempo, portando a una centralizzazione accelerata in un numero sempre minore di enormi aziende.

Dagli anni ’80 si è osservato in Italia un aumento della scala delle imprese mediatiche, della loro crescente concentrazione e del consolidamento di conglomerati che controllano diversi tipi di media (studi cinematografici, reti TV, riviste ed editoria libraria). Dal 2008 si è visto uno spiraglio di libera informazione su internet (non priva di fake news) che però è stato invaso velocemente da agenzia di social media marketing al servizio della politica e di comunicazioni main stream al servizio di logiche geopolitiche.

Questa dimensione, nazionale, è a sua volta estesa a livello internazionale con pochi enormi poli:

  • Atlantico (NATO, USA, UE, ecc.)
  • Russia (con i loro media)
  • Cina (con i loro media)
  • E altri poli solitamente limitati da barriere linguistiche (ad esempio, in India, facilmente possono indirizzare chi sa leggere e scrivere solo la lingua indiana).

I poli indirizzano, senza un ordine diretto, la comunicazione dei singoli stati che, in base alla convenienza, hanno indirizzi politici che decidono di schierarsi in un modo piuttosto che in un altro.

La modellazione della propaganda nella situazione attuale

Questa forte concentrazione del potere mediatico in pochi soggetti non è solo una questione economica, ma ha profonde ripercussioni sulla qualità dell’informazione e sulla democrazia. Essa costituisce il primissimo filtro in un quadro analitico che spiega come i media servano e facciano propaganda per i potenti interessi sociali che li controllano e li finanziano.

I gruppi di controllo, tra cui:

  • a livello nazionale, famiglie proprietarie molto ricche che hanno un interesse intrinseco a proteggere i propri interessi. Questi giganti mediatici, integrati nell’economia politica dominante, possiedono un potere collettivo schiacciante capace di riscrivere i valori culturali e politici, unificarli e identificarli in gruppi precisi.
  • a livello internazionale, lobby potentissime come le banche, le multinazionali dell’energia, della guerra, dei prodotti farmaceutici, ecc.

Questi gruppi non hanno bisogno di comunicare nulla. Basta che dichiarino la loro verità e spontaneamente si farà vivo qualcuno nella società per supportarli e che, a loro volta, sarà rinforzato ed eventualmente ben pagato se risultasse efficaci.

I principali elementi strutturali che influenzano le operazioni mediatiche includono, oltre alla proprietà concentrata, l’orientamento al profitto imposto dagli azionisti, e l’interconnessione tra le grandi aziende mediatiche e altre corporazioni o il governo. Ergo, creano una convenienza economica a schierarsi con loro.

Ad esempio, io non sono un NO-VAX (mi sono vaccinato) ma ero consapevole che si era andati un po’ troppo spediti con le somministrazioni dei vaccini. Pensate che i medici che si sono schierati con le big Pharma non abbiano guadagnato nulla? E i media (canali TV, radio, giornali), pensate che non abbiano avuto un ritorno economico, seppur indiretto?

Questa forte integrazione nel sistema di mercato e la conseguente pressione per il “risultato economico” spingono i media a focalizzarsi intensamente sulla redditività, diventando schiavi di una comunicazione che porta loro soldi con pubblicità o altri vantaggi.

Arriva così l’omogeneità culturale e l’adozione di “valori culturali e politici unificati”. I giornalisti e i professionisti dei media spesso interiorizzano le premesse del sistema, esercitando l’autocensura, che è considerata lo strumento principale per il controllo della dottrina. Dicono ciò che i potenti vogliono sentirsi dire, temendo ripercussioni per se stessi o per il proprio giornale, programma TV, ecc.

E, con internet, questo meccanismo è ancora più spietato, con gli algoritmi dei sociali che possono annullare l’influenza di canali con migliaia di follower, annullare account di raccolta pubblicitaria o, nei casi peggiori, bannare l’utente e i suoi contenuti se parla troppe volte di parole chiave “vietate” dalla narrazione main stream.

Possiamo cambiare (almeno le nostre abitudini)

Poiché le prestazioni negative dei media derivano principalmente dalla loro struttura e dai loro obiettivi, è obbligatorio incentivare chi ci propina contenuti a cambiare organizzazione e obiettivi mediatici.

La sfida centrale per la politica democratica è la democratizzazione delle fonti di informazione e la creazione di media più democratici. Si tratta di una partita difficile da vincere, se non impossibile, perché:

  • chi è in mala fede, lottizza tutti i media (compresa la RAI), occupando più posti possibili per poter sostenere la narrazione dei governi e della linea geopolitica che sostiene.
  • chi è in buona fede, lascia pluralità dell’informazione a tutti, anche a chi è in mala fede e che tenderà sempre a spostare il baricentro informativo raccontando narrazioni estreme (esempio, gli immigrati che realmente possono delinquere se non efficacemente integrati VS immigrati che vengono in Italia a stuprare le nostre donne. Su quale parte tenderà la via di mezzo dell’italiano medio?).

Per raggiungere questo cambio di paradigma, la strategia deve concentrarsi su due pilastri fondamentali:

  1. Contenere e invertire la centralizzazione: dobbiamo lavorare per contenere e invertire la crescente centralizzazione dei media mainstream. Ciò include la promozione della trasparenza sui consigli di amministrazione e sulle interconnessioni societarie o lobbistiche, al fine di esporre i centri di potere proprietari.
  2. Offrire strumenti di verifica. Pretendere la citazione delle fonti, sempre con la trasparenza che consenta di capire da chi è stata finanziata la fonte originale.
  3. Sostenere Modelli Alternativi: È essenziale sostenere e finanziare media alternativi e indipendenti che non siano soggetti agli interessi proprietari elitari. Anche se è considerato di sinistra, non smetterò mai di citare l’esempio de Il Fatto Quotidiano, finanziato in parte dall’azionariato dei privati cittadini. Sostenere obiettivi mediatici non orientati al profitto. Supportare economicamente i contenuti indipendenti e non-profit. Mettere più energia e denaro nella creazione e nel supporto dei propri media da parte di movimenti di base e gruppi intermedi.
  4. Incentivare i gruppi politici che promuovono la pluralità informativa: premiare, con consenso elettorale, i programmi politici che includano una riforma fondamentale dei media.

In genere, l’avrai capito, è fondamentale promuovere il rilancio e il miglioramento di radio e televisione pubbliche/non-profit, contrastando la costante colonizzazione dei secondi del nostro tempo, sempre più occupati da scroll di contenuti inutili che solleticano la nostra emotività e lasciano dormiente la nostra razionalità.

Sarebbe bello che si sviluppassero dei media comunitari supportati dalla RAI, che mirino a servire l’interesse generale della popolazione e non solo l’audience con potere d’acquisto.

Solo affrontando la radice strutturale del problema, resisteremo al conformismo indotto e coltiveremo non solo un dissenso distruttivo e colpevolizzante, ma un’informazione che mette in discussione il punto di vista main stream con dibattiti costruttivi, con professionisti dei media competenti nel semplificare i messaggi per il cittadino comune.

Prossima volta scriverò più in dettaglio dell’orientamento al profitto che indirizza, naturalmente, le persone ad allinearsi alle ideologie politiche senza che gli venga espressamente richiesto.

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