La Riforma della Magistratura: usare il fallimento costruito negli anni per vendere la soluzione

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Mikas Vida

Per convincere un intero Paese che smontare pezzi della Costituzione sia un bene, occorre prima seminare il dubbio. In Italia, da decenni, assistiamo a una sistematica delegittimazione della magistratura, dipinta come una “casta” politicizzata e inefficiente.

Si tratta di un ipotesi, ma questa narrazione del fallimento potrebbe servire a preparare il terreno: se il sistema è presentato come “malato” o colpito da “metastasi”, allora qualunque cura, anche la più drastica, sembrerà ineludibile. È una declinazione del classico del “modello di propaganda”: si seleziona il contesto e si ripetono slogan fino a farli diventare verità rivelate, escludendo ogni voce critica dal dibattito principale. Ma cosa succede se questa “cura” finisce per consegnare le chiavi della giustizia a chi dovrebbe esserne controllato?

Il bluff del sorteggio e la “cattura disciplinare” da parte dell’Alta Corte

Uno dei punti più discussi della riforma è il sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Suona molto democratico, vero? Ma se approfondiamo, scopriamo quello che i critici definiscono una “truffa delle etichette”.

Mentre i magistrati togati verrebbero estratti a sorte perdendo ogni legame di responsabilità verso chi li elegge, i membri laici (quelli scelti dalla politica) verrebbero sorteggiati da elenchi compilati dal Parlamento (e non si capisce con quali modalità). Questo significa che la politica potrebbe continuare a scegliere i propri “fedelissimi” infilandoli ad esempio nelle università, mascherando il controllo dietro una parvenza di neutralità. È un meccanismo che svuota la democrazia interna per amplificare l’influenza del potere esecutivo.

Ma il vero capolavoro di ingegneria della manipolazione è l’istituzione della mitica “Alta Corte disciplinare”. Oggi, se un magistrato sbaglia, la decisione del CSM può essere impugnata davanti alla Cassazione, da giudici indipendenti. Con la riforma, si potrebbe ricorrere solo all’Alta Corte stessa.

Ciò, con altissima probabilità, creerà il timore di procedimenti disciplinari che spingerà all’autocensura. Quando un organo con una forte componente politica ha il potere di sanzionare senza verifiche esterne e imparziali, i magistrati diventano fatalmente meno “coraggiosi” e più attenti a non scontentare il potere. È quella che chiamiamo “cattura disciplinare”: l’uso selettivo delle leggi per intimidire chi deve controllare.

Il rapporto sociale degli italiani con la giustizia nella partita del referendum

Perché questa manipolazione funziona così bene in Italia? Perché poggia su un rapporto sociale con la giustizia profondamente logorato. Siamo convinti che i nostri magistrati lavorino poco, ma i numeri del Consiglio d’Europa dicono l’esatto contrario: abbiamo il 40% di giudici in meno rispetto alla media europea, ma ognuno di loro gestisce il doppio dei processi dei colleghi stranieri.

Il cittadino, però, percepisce solo la lentezza e la frustrazione. Questa discrepanza tra realtà (sovraccarico strutturale) e percezione (inefficienza dei singoli) è il varco perfetto per chi vuole “vendere” riforme che non accorciano i processi di un solo giorno, ma cambiano solo l’assetto del potere. Il rischio è che la giustizia diventi un servizio “per chi può pagare”, mentre gli altri restano schiacciati da un’accusa che punta alla vittoria del più forte e del più legato al governo di turno, non alla verità.

Un’altra narrazione molto forte, spesso alimentata da attacchi verbali di alto livello, dipinge il Pubblico Ministero (PM) come un “killer” o un avvocato dell’accusa con l’unico obiettivo di vincere una partita di calcio giudiziaria. Ma qui entriamo nel cuore dell’etica della nostra giurisdizione.

In Italia, il bravo PM non è l’antagonista dell’indagato, ma un magistrato che appartiene allo stesso ordine del giudice. La sua missione non è ottenere una condanna a ogni costo, ma far emergere la verità. Il PM ha il dovere di svolgere accertamenti anche su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Non è un “avvocato dell’accusa”, ma un organo pubblico della giurisdizione che deve chiedere l’archiviazione se gli elementi raccolti non permettono una “ragionevole previsione di condanna”.

Separare le carriere significa, nel lungo periodo e anche se non è scritto chiaramente nella riforma Nordio, rischiare di mutare geneticamente questa funzione: trasformare veramente (e non come ritengono che sia attualmente) un ricercatore di verità in un soggetto orientato solo alla vittoria processuale, magari più contiguo alla polizia giudiziaria e più vulnerabile alle pressioni della politica. È la differenza tra una giustizia che cerca la prova e una che cerca il colpevole perfetto per soddisfare la pancia del Paese, oppure l’innocenza per accontentare il governo di turno.

La democrazia è complessa, facciamocene una ragione

Siamo onesti: la democrazia non è un’attività per pigri. Vivere in un sistema che richiede informazione costante, impegno civile e la capacità di elaborare temi profondamente intricati rappresenta, per usare un termine tecnico, una vera e propria “fatica cognitiva”. Ecco perché, in contesti di stress o precarietà, siamo tutti più vulnerabili alle narrazioni semplificate: un leader che promette stabilità e decisioni rapide ci solleva dall’onere della responsabilità personale, offrendoci l’illusione di una catena di comando chiara che riduce l’incertezza.

Tuttavia, è proprio in questo varco di stanchezza mentale che si insinua la “cattura discorsiva”, dove riforme radicali vengono “commercializzate” come soluzioni urgenti per l’inefficienza, mentre in realtà nascondono il tentativo di spostare i fili del potere verso l’esecutivo. Per difenderci, dobbiamo investire in programmi di alfabetizzazione civica e mediale che agiscano come una “guardia critica”, allenando il nostro sguardo a riconoscere le “perversioni semantiche” e i bluff delle etichette.

Senza questa preparazione, rischiamo di non accorgerci di come meccanismi apparentemente neutri, come il sorteggio per i membri laici del CSM, permettano in realtà alla politica di manovrare i propri fedelissimi, o di come l’istituzione questa “Alta Corte” priva di ricorso indipendente in Cassazione elimini quella “doppia chiave di sicurezza” necessaria a proteggere i magistrati dalle intimidazioni. Educare alla complessità significa imparare a tollerare che, in una società pluralistica, non esiste una sola via per giungere al “Mistero della Fede” o del bene comune, e che la giustizia non deve essere una battaglia per la vittoria, ma un presidio di legalità imparziale. In definitiva, investire nella conoscenza è l’unico modo per garantire che anche il cittadino più debole possa continuare a prevalere contro un potere arrogante, mantenendo intatta la propria autonomia di giudizio.

Il correntismo delle toghe non è per forza un male e non si può eliminare

C’è una cosa che non capisco in questo dibattito e per fartelo capire uso il parallelismo del calcio utilizzato dai promotori del Sì: un arbitro può avere una squadra del cuore, può simpatizzare per il Napoli o per la Juventus, ma questo non gli impedisce di fischiare un rigore contro la sua squadra se il fallo è netto. Perché? Perché sopra la sua preferenza personale deve esserci il ruolo, la procedura, il rispetto delle regole del gioco.

Perché nella magistratura non può accadere esattamente lo stesso? Ridurre l’operato di un giudice a una mera questione di schieramento politico è una “bufala” che offende l’intelligenza dei cittadini. La legge, per sua natura, non fa distinzioni tra le persone e l’obbligatorietà dell’azione penale limita drasticamente la soggettività di chi indaga o giudica. Un magistrato può avere una sua sensibilità culturale, ma quando indossa la toga è la Costituzione a guidare la sua mano, non la tessera di un club.

Certamente potrà essere influenzato, ma nello stesso modo in cui lo sarebbe se ha litigato con la moglie il giorno prima, oppure se odia le bionde e si trova a giudicare una bionda. Di fatto, non riuscirà ad andare contro la Costituzione in maniera arbitraria e autoreferenziale.

Le correnti, spesso, vengono dipinte come centri di potere oscuro, ma sono oggettivamente aggregazioni di persone che condividono un valori comuni o una certa visione della giustizia che, come accade in tutte le società umane, possono organizzarsi positivamente o negativamente (vedi il caso Palamara). È un fenomeno naturale in ogni professione intellettuale: succede tra i medici, tra gli avvocati e persino tra ingegneri.

Possibile che un giudice non possa avere un idea del mondo migliore vicina a Marx e poi, se condanna un politico di destra per evasione fiscale o corruzione, debba essere bollato come un giudice fazioso di sinistra?

L’idea che il sorteggio per il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) possa magicamente “uccidere” le correnti è, nella migliore delle ipotesi, un’illusione ingenua; nella peggiore, un bluff. Oltre il 96% dei magistrati italiani è iscritto all’ANM Associazione Nazionale Magistrati. Pensi davvero che estraendo i nomi da un’urna le loro idee evaporino? No, le culture ordinamentali continuano a esistere; il sorteggio si limita a eliminare la trasparenza della rappresentanza e la responsabilità elettorale. Un consigliere eletto risponde a chi lo ha votato; un consigliere sorteggiato non risponde a nessuno. È la fine della democrazia interna in nome della tombola.

La “metastasi” della giustizia che non esiste

La nostra Costituzione non voleva una magistratura monolitica o burocratica, eredità di un passato totalitario che ricordiamo bene. Al contrario, voleva che il CSM riflettesse la complessità e il pluralismo della società italiana. In un sistema democratico, la pluralità di sensibilità è una ricchezza che garantisce che il diritto venga interpretato con occhi diversi, ma sempre entro il perimetro della legge.

Dividere il CSM in due, sdoppiare le carriere e affidare la sorte dei componenti a un bussolotto non serve a migliorare il servizio per te, cittadino che cerchi giustizia. Non ci sono certezze e non sta scritto nella riforma, ne sono consapevole, ma è evidente che aumentino notevolmente le opportunità per la politica di creare un organo più debole, più frammentato e paradossalmente più esposto all’influenza del governo di turno, dato che i membri laici verrebbero comunque scelti da elenchi compilati dal Parlamento.

La balla dei promotori del Sì che sostengono che l’ANM diffonda bufale

Forse dovremmo smettere di inseguire “cure” basate sull’aleatorietà di un sorteggio e concentrarci su riforme che parlino di organici, di risorse umane ed economiche e di criteri di nomina trasparenti e oggettivi. Difendere l’autonomia della magistratura non significa dire che è perfetta, ma proteggere quel presidio di libertà che permette a chiunque, anche al più debole, di prevalere contro un potere arrogante se ha la ragione dalla sua parte.

Il ministro Nordio (e chi ha collaborato con lui) non avrebbe mai scritto una riforma dove, in maniera chiara, si fosse assoggettata la magistratura all’esecutivo: non avrebbe potuto scriverlo e, se l’avesse fatto, sarebbe stato un clamoroso autogoal. Però, giustamente, ha potuto modificare la Costituzione quel poco che basta per un semplice “divide et impera”, orientato chiaramente ad indebolire la magistratura indebolendone anche i vertici (con nuovi sorteggi aggiuntivi).

Non lasciamoci incantare dalle narrazioni semplificate. La giustizia è una cosa seria, basata su idee e persone, non su estrazioni a sorte o separazioni che indeboliscono le garanzie. Tu cosa ne pensi? Preferiresti un giudice scelto per competenza e rappresentatività o uno uscito da un’urna come un numero del lotto?

E, soprattutto, pensi veramente che il mondo sia così corrotto che tutti i magistrati italiani siano “comunisti” e si mettano d’accordo per eleggere qualcuno che nemmeno ha il potere di legiferare come un politico o un ministro?

Coraggio, ce la puoi fare anche te. Svegliati.

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