A tutti gli italiani che hanno votato Sì al referendum

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Mikas Vida

Posso sentire parte della tua frustrazione.

È tipo quel genere di sensazione che provi quando vedi un treno per il futuro passare e hai l’impressione che metà dei passeggeri abbia deciso di tirare il freno a mano proprio mentre si entrava in galleria.

Pensa solo che, dal punto di vista di chi ha votato NO, oltre la galleria poteva esserci una discesa diretta verso un burrone con scarse possibilità di fermarsi.

Il risultato del referendum di ieri, questo 23 marzo 2026, ha purtroppo lasciato una ferita aperta e una profonda divisione nel Paese. La tristezza di questa nuova divisione tra gli Italiani che si è creata in questi mesi è per me superiore alla gioia della vittoria del NO.

Vorrei aiutarti a guardare “sotto il cofano” di questa decisione, non per cambiare la tua idea, ma per regalarti un confronto in più per capire cosa sia successo davvero nella testa degli italiani che ho potuto conoscere in questi decenni.

Non si tratta quindi di una realtà completa, solo di un pezzo che potrai eventualmente usare per completare o integrare quello che sai già.

E, anche se non condividerai alcune mie posizioni, spero che apprezzerai il pensiero.

PS: la divisione in titoli me la sono fatta proporre dall’IA, al fine di rendere più scorrevole il testo.

La complessità del NO tra paura e garanzie

Quello che molti hanno percepito come un “passo indietro” è spesso dettato da una dinamica psicologica chiamata “fatica cognitiva”: partecipare a una democrazia richiede un enorme sforzo per elaborare temi complessi (io sono il primo che deve mettersi a studiare cose al di fuori della mia professione per non restare indietro) e, in contesti di stress o precarietà, le persone tendono a rifugiarsi in ciò che percepiscono come protettivo.

Molti elettori del NO hanno temuto che separare i pubblici ministeri dai giudici fosse l’inizio di un “piano inclinato” verso il controllo politico delle procure. La Riforma Nordio, alla fine dell’art. 4, aveva lasciato troppe cose da definire con future leggi ordinarie, spaventando anche chi magari non sarebbe stato contro la stessa separazione o il sorteggio.

In genere, nelle democrazie, le minoranze vengono tutelate attraverso la costituzionalizzazione di certi diritti, e noi vediamo nell’attuale assetto un baluardo contro possibili derive autoritarie.

Poi, per i più vecchi, non dimentichiamo che la separazione delle carriere era un punto cardine del “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, e questo legame storico è stato ovviamente usato nella comunicazione per il NO per delegittimare la riforma, anche a prescindere dal suo merito tecnico.

Almeno il mio e quello del campione statistico che indubbiamente rappresento. Ma, inutile che ci prendiamo in giro, i NO e i Sì ideologici ci sono stati.

La propaganda e la metamorfosi dei nemici

Chi ha perso ha citato la propaganda di sinistra (il bue che chiama cornuto l’asino 😂 ) ma è assodato che la comunicazione strategica in Italia abbia spesso bisogno di “nemici” per funzionare. Se tra il 1994 e il 2001 il nemico era il “comunista” come minaccia politica, negli anni successivi si è evoluto nell’apparato “egemonico” di magistrati e giornalisti.

E la sinistra? Saprai bene che usano il “fascista immaginario” come nemico evergreen.

In questo referendum ho visto di nuovo la narrazione della “giustizia politicizzata”, quella che è stata capace di trasformare ogni attacco giudiziario in un conflitto di civiltà. Diventa difficile, per me e per quelli che ragionano come me, pensare che ogni volta che un politico abbia problemi con la giustizia sia quasi sempre colpa dei magistrati. Lo capisci?

Non che sono tutti Tortora. Lo capisci? In Italia, le vittime di errori giudiziari in senso tecnico, condanne definitive ribaltate solo in sede di revisione, sono circa 7 l’anno. Tale dato corrisponde a 0,12 casi per milione di abitanti, una delle incidenze più basse tra le democrazie occidentali. E mi fermo qui, perché potrei anche parlare dell’insufficienza di risorse economiche ed umane della magistratura italiana rispetto alla media europea.

E, se ti riferisci invece alla lentezza dei processi, tanta gente ha reputato che i magistrati non fossero ministri. L’articolo 110 affida al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi per la magistratura: perché, in questi decenni, i ministri non hanno fornito risorse, edilizia, personale amministrativo e tecnologie?

In ogni caso, se per decenni mi racconti la magistratura come una “corporazione di privilegiati” o un “potere parallelo che vuole sovvertire il volere degli italiani”, è normale che, se ti presenti con un referendum sulla magistratura, possa crearsi una polarizzazione che rende quasi impossibile una discussione razionale sulle riforme.

Questo è anche il motivo per cui nelle ultime settimane le comunicazioni dei comitati sono peggiorate così tanto.

I giovani e la nuova partecipazione

Se i giovani non partecipano i vecchi si lamentano.

E se partecipano come è accaduto in questo referendum, si dice che i giovani mancano di esperienza, ma i dati sulla socializzazione politica ci dicono qualcosa di diverso. I ragazzi di oggi non usano meno la testa, la usano in modo differente.

Per le nuove generazioni, i partiti non sono più le “cinghie di trasmissione” di una volta; il loro attaccamento è fluido e spesso legato a temi specifici piuttosto che a appartenenze cieche. Per farti capire meglio, sta accadendo quello che è successo con le TV: non ci sono più gli spettatori affezionati della RAI o di MEDIASET, adesso ti abboni ad un servizio streaming in base alla serie TV che vuoi vedere in quel momento.

Quello che è sembrato un NO ideologico, per molti giovani è stata una forma di “controdemocrazia”, un esercizio di sfiducia consapevole volto a controllare chi detiene il potere piuttosto che a delegare ciecamente la velocità al governo.

Inoltre, non ci scordiamo che i giovani sono cresciuti nell’era del “flooding informativo”, sono spesso più cinici e diffidenti verso le grandi promesse di “miracoli” politici, preferendo mantenere la strada vecchia piuttosto che rischiarne una nuova e sconosciuta.

Come non scivolare in basso

In primis, la sinistra non deve alzare la cresta. L’Italia viene prima dei partiti, sono i cittadini la linfa della democrazia, qualunque idea essa abbiano.

La vittoria del NO richiede ora una “cittadinanza monitorante”. Non serve solo ringraziare o colpevolizzare i leader; serve che ogni cittadino impari a distinguere tra una riforma rivolta ad un elettorato “infantile” ed una riforma che ci permetta scelte consapevoli.

La verità è che la democrazia non è un processo lineare che va sempre verso il meglio; è una tensione continua tra autorità e libertà. Se vogliamo davvero evitare di “scivolare rovinosamente”, dobbiamo smettere di parlarci attraverso slogan e iniziare a ricostruire una cultura della legalità che non sia solo “formale” o di comodo, ma basata su una fiducia reale nelle istituzioni.

Il mondo corre, è vero. Ma a volte, chi corre troppo veloce senza guardare dove mette i piedi rischia di inciampare proprio sull’architrave che ha cercato di costruire.

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