Il recinto invisibile: perché discutiamo di tattiche e mai di sistema

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Mikas Vida

23° articolo della serie sulla serie della manipolazione delle masse nei paesi democratici. Oggi parliamo di una delle strategie più efficaci: limitare il dibattito alle tattiche, impedendo che lo sguardo si posi sulle premesse o sull’intero sistema (giusto o sbagliato che sia).

Ad esempio, hai mai avuto la sensazione, guardando un talk show o scorrendo il tuo feed, che stessimo tutti urlando contro il sintomo sbagliato? Come se fossimo chiusi in una stanza a discutere animatamente del colore delle tende mentre la casa intorno a noi sta cambiando radicalmente struttura.

Benvenuti nel mondo della manipolazione del dibattito, dove l’obiettivo non è farti cambiare idea, ma decidere su cosa ti è permesso averne una.

Prima di iniziare, ti consiglio di guardare la sintesi fatta con l’IA:Riproduci

Oltre la superficie: il trucco della distrazione

Come osservatore attendo del clima dei social (ho una pagina che tratta del mio lavoro, devo essere costantemente sintonizzato con la pancia della gente) vedo spesso come la nostra attenzione venga sequestrata da temi di poco conto.

Aldous Huxley, autore del libro “Il Mondo Nuovo” (una sorta di 1984 ma con una visione diversa) l’aveva predetto:

Oggi questo mare è fatto di intrattenimento non-stop, sport e pettegolezzi che ci impediscono di analizzare le strutture del potere.

Quando la politica diventa “videopolitica”, lo scontro si sposta sulle immagini, sulla simpatia del leader o sulla sua ultima battuta brillante. Questo approccio trasforma il cittadino da partecipante attivo a spettatore passivo, un “notiziomane” che consuma fatti scandalistici ma non ha gli strumenti per mettere in discussione il perché certe decisioni vengano prese a monte.

È una chiarissima tecnica della distrazione: muovere l’interesse del pubblico verso temi emotivi e superficiali per evitare un’analisi strutturale.

Le premesse che non vedi: il potere della presupposizione

Forse non sai che nella comunicazione esiste uno strumento potentissimo chiamato presupposizione. È un’informazione che viene data per scontata, presentata come già nota a tutti. Quando un politico chiede:

Non sta solo facendo una domanda; sta inserendo nel terreno comune del discorso l’idea che il sistema sia fallimentare.

Se non obiettiamo subito, quella premessa viene “accomodata” e diventa la base del dibattito.

Iniziamo così a discutere di come riformare (la tattica), ma abbiamo già smesso di chiederci se la diagnosi di fallimento fosse corretta o se servisse a giustificare un aumento del controllo esecutivo sulla magistratura (il fattore sistemico). Ti ricorda qualcosa?

Questo è il cuore della “cattura discorsiva“: cambiare la comprensione pubblica degli obiettivi di un’istituzione per renderla vulnerabile al controllo politico.

Informazione come business e produzione di ignoranza

Sii onesto, non solo con me ma anche con te stesso: quando l’informazione è un business regolato dal mercato, come può il profitto venire prima di una rivoluzione culturale illuminata?

Elaborare le notizie complesse costa fatica e pazienza, quindi vengono messe da parte in favore di un giornalismo “equilibrato” che mette a confronto due opposti estremismi (magari scelti ad hoc) per pochi minuti, creando solo confusione e frustrazione in chi recepisce il messaggio..

Ed è così che si crea la “magia”, o forse sarebbe meglio chiamarla “maleficio”, perché inizia la sistematica produzione di cittadini ignoranti.

Si controlla l’agenda non solo dicendo cosa è vero, ma impedendo che certe domande vengano anche solo formulate. Ad esempio, si preferisce parlare di “tagli alle tasse” (tattica economica) piuttosto che delle conseguenze sulla riduzione dei diritti civili dei più poveri che derivano dalla mancanza di servizi pubblici.

C’è un filo conduttore che unisce tutto

Tra tutti gli elementi menzionati, emerge un punto di contatto cristallino: la manipolazione moderna non usa la forza, ma due meccanismi:

  • la saturazione, ossia l’inondazione di informazioni inutili che inibiscono la nostra capacità di discernere il bene dal male;
  • il framing, anglicismo usato per sostituire “incorniciare le notizie”, ossia il presentarle in modo da indirizzare l’interpretazione del pubblico, mettendo in luce certi aspetti e tralasciandone altri).

Questi due meccanismi possono avere due origini:

  • esterni: da paesi stranieri, come ad esempio Russia e Cina che potrebbero guadagnarci a disorientare l’UE, indirizzando i consensi elettorali a posizioni lontane dagli USA. Oppure, il contraria, ossia gli USA che vogliono isolare l’UE da altri potenziali alleati commerciali.
  • interni: la crisi epistemica (incapacità di distinguere il vero dal falso) sarebbe il prodotto di un’asimmetria politica e di media di parte addomesticati che creano una propaganda che si auto-rinforza a vicenda.

Siamo spacciati? Probabilmente sì, ma c’è un modo per resistere

La consapevolezza è il primo passo, ma servono azioni concrete, in parte già proposte nei vecchi articoli:

  • Non limitarti a ricevere il messaggio. Chiediti: “Quale premessa mi sta chiedendo di accettare senza discutere?“. Se un contenuto è troppo emotivo o semplificato, è probabile che stia cercando di aggirare la tua ragione.
  • Sposta lo sguardo dall’attore alla struttura. Invece di discutere della simpatia di un leader o della sua tattica comunicativa, indaga i fattori sistemici. Chiediti quali interessi economici o di potere traggono vantaggio da quella specifica narrazione.
  • Promuovere modelli di democrazia deliberativa. La soluzione non è solo “più informazione”, ma spazi di qualità dove le preferenze possano trasformarsi attraverso il confronto razionale, e non solo essere aggregate tramite sondaggi emotivi. Gli esperimenti di “minipubblici” o assemblee cittadine estratti a sorte mostrano che, se informati bene, i cittadini sanno prendere decisioni nell’interesse pubblico.
  • Esigere un giornalismo di verificabilità. Dobbiamo premiare i media che non si limitano alla neutralità di facciata (“lui dice X, lei dice Y”), ma che si assumono la responsabilità di verificare le affermazioni, esponendo le tattiche di disinformazione come un problema di salute pubblica.

La democrazia è una prova di forza quotidiana della nostra capacità di non farci recintare il pensiero.

Ti propongo tre domande da fare a te stesso o a cui puoi dare risposta nei commenti:

  1. In che misura la nostra indignazione quotidiana sui social network è “pilotata”?
  2. Come cambierebbero le nostre risposte ad una certa comunicazione se iniziassimo a “bloccare” sistematicamente le presupposizioni manipolatorie?
  3. La tecnologia ha un ruolo nella crisi democratica del nostro paese? (lo so, ho fatto la presupposizione che siamo “in crisi”, decidi te se ti sto manipolando 😂)

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