Il futuro non è ancora scritto: cosa possiamo fare per intervenire a lungo termine

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Mikas Vida

Se mi conosci avrai imparato che non amo i complotti e, anche se fossero in atto, credo che potremmo fare ben poco. Io amo parlare di realtà concreta quotidiana, anche se sottile, perché viviamo in una società dove l’informazione influenza ogni nostra scelta.

OGNI nostra scelta.

Essendo, di base, un cristiano che crede nel potere del nostro libero arbitrio, sono fortemente convinto che il futuro non è un destino già segnato. Possiamo ancora imparare a leggere tra le righe, creare nuovi “anticorpi sociali” e, soprattutto, possiamo insegnare alle nuove generazioni a farlo.

Oggi, insieme a te, mi piacerebbe condividere ciò che penso su come costruire una vera “resistenza culturale”, ovviamente supportato dalle fonti che ti citerò.

Comprendere l’architettura dell’inganno

Per difenderci, dobbiamo prima capire come veniamo attaccati.

Come esempio prendiamo l’Unione Europea che parla di FIMI, ovvero manipolazione dell’informazione straniera e interferenza. È una sorta di guerra ibrida dove il campo di battaglia è la nostra mente. Non credere che si tratti solo di “fake news” o bugie sfacciate, ma piuttosto di una complessa architettura che usa canali ufficiali, organi controllati dallo stato e “nodi di amplificazione” che fanno apparire certe narrazioni come naturali e spontanee.

Un concetto chiave qui è l’agnotologia: la produzione intenzionale di ignoranza. Non ci viene tolta l’informazione; al contrario, veniamo sommersi da così tanto “rumore” e distrazioni ( sport, gossip, metaversi) che perdiamo la capacità di concentrarci su ciò che conta davvero per la nostra libertà.

Come notava Aldous Huxley, il rischio non è solo la censura, ma l’appetito infinito dell’uomo per le distrazioni irrilevanti. Se siamo sempre “altrove”, diventa facile per chiunque manipolarci.

Se pensi al sovraccarico cognitivo a ogni cittadino rischia di essere esposto, magari con lo scrolling compulsivo dei social, capirai da solo che non si tratta di semplici teorie.

Il potere invisibile delle parole

Le parole sono parole, non sono fatti. Indubbiamente, però, il linguaggio è la nostra “scatola degli attrezzi”.

La manipolazione spesso non passa da ciò che viene detto esplicitamente, ma da ciò che viene lasciato intendere. Gli esperti la chiamano comunicazione implicita. Pensa alle “presupposizioni”: frasi che danno per scontata una verità senza mai affermarla, rendendo difficilissimo contestarla senza apparire polemici. Alcuni esempi:

  • Le espressioni razzializzate: termini apparentemente innocui, come certi discorsi sul “welfare”, che però attivano inconsciamente stereotipi negativi verso gruppi specifici.
  • I messaggi cifrati (dogwhistles): parole che hanno un significato comune per tutti, ma un messaggio “in codice” per un gruppo ristretto, permettendo a un leader di fare appello a pregiudizi senza mai ammetterlo apertamente.
  • La cattura discorsiva: il potere di ridefinire il ruolo di un’istituzione o di un concetto — come la magistratura o la stessa “democrazia” — attraverso il discorso pubblico, per favorire interessi di parte.

Questa manipolazione semantica è pericolosa perché erode le norme della veridicità a poco a poco.

Se un leader può “sparare sciocchezze” (quello che Harry Frankfurt chiama bullshitting) senza preoccuparsi della verità, ma solo dell’effetto che produce, la democrazia inizia a scricchiolare. E così, piano piano e senza accorgersene, il politico corrotto e non rispetta le regole diventa intelligente e risoluto, l’uomo giusto per guidare l’Italia.

Educare alla libertà, non alla memoria

Quindi, come costruiamo questa educazione del futuro?

Jiddu Krishnamurti ci ricordava che l’educazione non è solo accumulare nozioni o addestrare la mente per essere efficienti nel sistema. Un uomo istruito ma non consapevole è solo un ingranaggio della macchina. La vera educazione dovrebbe aiutarci a scoprire i valori duraturi, rompendo le barriere nazionali e sociali, invece di alimentarle.

Dobbiamo insegnare ai giovani l’analisi della propaganda come materia scolastica fondamentale. Non basta sapere cosa è successo nella storia; dobbiamo capire come è stato raccontato.

Victor Klemperer, studiando il linguaggio del Terzo Reich, ci ha mostrato come le parole possano essere piccoli dosi di arsenico: le ingoi senza accorgertene e dopo un po’ fanno effetto. Educare significa oggi “mobilitare il riconoscimento”: addestrare l’occhio e l’orecchio a individuare la menzogna manipolatoria mentre accade.

Strategie di resistenza quotidiana

Ma cosa possiamo fare noi, oggi? La filosofia sociale del linguaggio ci suggerisce alcune tattiche di “contro-parola”:

  1. Respingere: qualificare un enunciato come falso o dubbio, portando prove contrarie.
  2. Bloccare (blocking): esplicitare un contenuto implicito tossico per impedirgli di diventare “terreno comune” accettato da tutti.
  3. Distorcere (bending): fornire una risposta deliberatamente deviante a un commento discriminatorio, costringendo il parlante a confrontarsi con una norma di uguaglianza.

Inoltre, dobbiamo rafforzare la democrazia partecipativa e deliberativa. La democrazia è un processo costante in cui i cittadini si confrontano, trasformano le proprie preferenze e decidono insieme sul bene pubblico. Più creiamo spazi di partecipazione reale, come assemblee cittadine o bilanci partecipativi, più diventiamo immuni alla manipolazione dall’alto.

Un contrasto su cui riflettere

C’è un punto di disaccordo fondamentale che dobbiamo affrontare.

Mentre alcuni sostengono con forza che l’educazione alla “media literacy” (alfabetizzazione mediatica) sia la strada maestra per salvare la specie, altri sollevano dubbi amari.

Yochai Benkler, ad esempio, nota che non ci sono prove schiaccianti che questo tipo di formazione funzioni davvero nel mondo reale. Anzi, c’è il rischio paradossale che insegnare a essere critici verso i media possa trasformarsi in una diffidenza generalizzata verso ogni fonte, rendendo i cittadini ancora più vulnerabili a chi promette “verità alternative” o narrazioni populiste.

Se l’educazione ai media rischia di alimentare una sfiducia universale, come possiamo insegnare il dubbio critico senza distruggere la fiducia necessaria verso la scienza e il giornalismo di qualità?

Questa tensione ci dice che l’educazione non può essere solo tecnica, ma deve essere profondamente etica e radicata nella fiducia verso le istituzioni che cercano la verità.

Nuove intuizioni per cittadini consapevoli

La vera consapevolezza nasce quando comprendiamo che la manipolazione non mira solo a farci credere a una bugia, ma a farci perdere la capacità di distinguere la verità dalla finzione.

È la “disorientazione”. Per contrastarla, non basta un fact-checking veloce. Serve una “vigilanza critica” che diventi uno stile di vita. La democrazia è fragile perché richiede uno sforzo cognitivo costante: partecipare, informarsi e accettare la complessità.

Ricorda che il futuro non è scritto perché le parole che useremo domani dipendono dalle scelte che facciamo oggi.

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