L’illusione della scelta: come salvare il servizio pubblico dalle logiche del profitto

Written by:

Mikas Vida

Oggi accendere la TV pubblica (o il servizio streaming RAIPLAY) è diventato un po’ come camminare in un centro commerciale. Troppe pubblicità! Troppe. E, come se non bastasse, ci propinano come “vincenti” dei modelli di uomo e donna che spingono i consumi e fanno vendere.

Proprio la RAI che dovrebbe essere il cuore pulsante della nostra democrazia, nonostante il canone che paghiamo, si trova costretta a inseguire i clic e gli ascolti proprio come farebbe un qualsiasi marchettaro. È quello che alcuni chiamano la “malling” (la trasformazione in centro commerciale) del servizio pubblico: un’ondata di commercializzazione che rischia di affogare l’informazione di qualità sotto una montagna di intrattenimento leggero.

Certamente, la RAI non è ancora tutta da buttare, ma la tendenza e quella e te ne sarai sicuramente accorto da solo.

Se ha imparato a conoscermi sai quanto ho a cuore l’etica della comunicazione, e tale vocazione devo periodicamente rinnovarla chiedendomi: “E allora? Cosa ci guadagna il mio pubblico?”. Se il contenuto che creo non serve a risolvere i problemi di sicurezza antincendio o ad aiutare gli imprenditori a prendere decisioni migliori, allora sto solo sprecando la mia posizione (relativamente) privilegiata di comunicazione.

Se sono così “talebano” su me stesso, cosa potrei mai pensare di chi ha l’enorme privilegio di comunicare nel servizio pubblico nazionale?

Perché il “clone” commerciale della RAI non funziona per la democrazia

Il problema nasce da quello che Edward Herman e Noam Chomsky chiamano il “modello di propaganda”, un modello già spiegato negli articoli precedenti e, fondamentalmente, fissa le premesse del dibattito pubblico senza imporle con violenza ma mediante dei filtri.

In questo sistema, la pubblicità agisce come una sorta di licenza di esercizio: se non attiri inserzionisti, semplicemente non sopravvivi. Per questo motivo, anche la RAI ha iniziato a imitare parzialmente le reti commerciali, cercando di pianificare fasce orarie di queste tipologie:

  • con quel “Buying mood” (umore propenso all’acquisto) che tanto piace agli sponsor;
  • approfondimenti flash, rapidi e senza approfondimento, con la bandiera che sventola verso il governo di turno
  • Talk show che tendono alla neutralità dimostrativa (ad esempio si invitano due politici di destra e due di sinistra) piuttosto che alla verità verificabile.

Fortunatamente, l’anima della RAI non è ancora tutta commerciale e ci sono ancora programmi che si salvano ma questa tendenza deve essere assolutamente invertita. Invece di approfondimento, riceviamo “infotainment”. Invece di analisi strutturali, veniamo distratti con emozioni superficiali e spettacoli indecenti di politici che sbraitano l’uno contro l’altro. È una sorta di “infantilizzazione” del pubblico: veniamo trattati come bambini a cui si offrono semplici e primitive invece di verità complesse. Ma la democrazia non può nutrirsi di solo zucchero; ha bisogno di fatti solidi e verificabili.

Soluzioni attuabili: dalla neutralità alla verificabilità

Per cambiare questa tendenza non è sufficiente cambiare le persone, ma l’intero sistema di “premi” e “punizioni” all’interno dell’informazione. E non servono piccoli aggiustamenti tecnici, ma un netto cambio di mentalità;

  1. Passare dalla “neutralità dimostrativa” alla “verificabilità responsabile” Per troppo tempo, il giornalismo professionale ha cercato di dimostrare la propria obiettività dando lo stesso peso a ogni opinione, anche quando una era palesemente falsa. Dobbiamo abbandonare questa “neutralità di facciata” a favore di un approccio basato su prove trasparenti e fonti accessibili. L’obiettivo deve essere la verità, non il semplice bilanciamento di bugie contrapposte.
  2. Rafforzare e utilizzare il “Mediatore Europeo”: non tutti sanno che in UE esiste un “difensore civico” (detto “Ombudsman”), un strumento di controllo fondamentale per una democrazia liberale? Questo dato trova la sua massima espressione nella figura del Mediatore Europeo, il quale agisce come figura di garanzia indipendente che opera come un “ponte” tra i cittadini e le istituzioni di Bruxelles.
  3. Rilanciare i media non-profit e di comunità Il futuro non è solo nei grandi colossi, ma nelle web radio e piccoli canali streaming, senza scopo di lucro, gestite dai cittadini volontari. In passato, nel resto del mondo, ci sono stare le radio tradizionali, di università o piccole comunità, che hanno mostrato che è possibile attivare i cittadini fornendo informazioni che i grandi media ignorano. Dobbiamo investire in questi “Centri Media Indipendenti” per democratizzare davvero le fonti di informazione.
  4. Trasparenza totale sulla pubblicità politica Serve una legge sulla lobbing, dobbiamo esigere database pubblici e leggibili da qualsiasi computer di casa per ogni annuncio politico online. Solo così possiamo smascherare le manovre di manipolazione e i “dark ads” che mirano a dividerci nell’ombra.

Un impegno comune

Sostenere la democrazia significa esporre le forme invisibili di inganno e restituire alla ricerca della verità il suo posto legittimo nel dibattito pubblico. Non è una sfida facile, ma è l’unica “libertà degna di questo nome”.

E, che sia chiaro, sono ben cosciente che la verità assoluta è inaccessibile all’essere umano. Io parlo in una chiara e genuina ricerca della verità, un percorso virtuoso, pieno di fango e nemici pronti ad pugnalarti al primo fianco scoperto che mostri.

Cosa ne pensi? Sei abbastanza liberale per restituire ridare voce nella RAI a chi la pensa diversamente da te? Saresti disposto a rinunciare alla neutralità dimostrativa in cambio di approfondimenti verificabili? Parliamone nei commenti se ti va.

Lascia un commento