Le barriere economiche che minacciano il pluralismo dell’informazione

Written by:

Mikas Vida

Nonostante l’apparente libertà di parola, abbiamo imparato che il sistema mediatico opera come un complesso sistema di filtri che, basandosi su interessi economici e di potere, decide quali messaggi sono “adatti alla stampa” e quali no.

Oggi, analizziamo un filtro particolarmente insidioso: le barriere all’ingresso, ossia l’aumento dei costi di accesso per poter divulgare informazioni.Riproduci

L’aumento dei costi operativi e l’eliminazione delle voci dissenzienti

Nel “modello di propaganda” (coniato da Edward S. Herman e Noam Chomsky), i media “main stream” servono e promuovono gli interessi dei potenti che li controllano e li finanziano. Questo non avviene necessariamente tramite una censura diretta, ma attraverso la selezione e l’internalizzazione di priorità che si conformano alla politica istituzionale.

Una delle minacce più significative alla pluralità di voci è l’aumento dei costi operativi, un meccanismo strutturale che elimina le voci dissenzienti o radicali. Storicamente, l’aumento della scala dell’impresa di chi si occupa dei media e i conseguenti costi di capitale hanno rappresentato un ostacolo insormontabile per la stampa radicale e i cittadini comuni, portando alla loro estinzione o marginalizzazione.

L’impatto di Internet e dei social media ha indubbiamente abbassato il costo di accesso per le singole voci che dissentono dalla comunicazione “main stream”, ma non ha migliorato significativamente l’integrità strutturale del panorama mediatico. Al contrario, le forze economiche e politiche dominanti hanno trovato nuovi modi per centralizzare l’attenzione, influenzare la distribuzione dei contenuti attraverso algoritmi orientati al profitto (come nel caso del clickbait) e creare bolle informative, rendendo le voci dissenzienti e basate sui fatti ancora più difficili da sostenere a livello di massa.

Il risultato è che la democratizzazione delle piattaforme è stata in gran parte cooptata da “sistemi di propaganda di rete”, che minacciano la capacità dei cittadini di distinguere la verità dalla finzione.

La logica del profitto e il soffocamento finanziario

Il problema è amplificato dall’orientamento al profitto e dalla dipendenza dal reddito pubblicitario. La ricerca costante del “risultato economico” imposta dalla pressione degli azionisti subordina le scelte editoriali alle esigenze degli inserzionisti. La globalizzazione e l’intensificata competizione hanno ulteriormente indebolito i confini tra scelte editoriali e commerciali.

In questo contesto, gli inserzionisti acquisiscono una sorta di “autorità di licenza de facto”, poiché senza il loro sostegno, i giornali cessano di essere economicamente redditizi. L’avvento delle piattaforme digitali intensifica il problema, sfruttando l’uso di dati raffinati per il micro-targeting e premiando i contenuti che generano alto ‘engagement’ (clickbait) per massimizzare le entrate pubblicitarie. Questo sistema crea un vantaggio competitivo per i media che attraggono un pubblico abbiente con potere d’acquisto, il cosiddetto pubblico “di qualità”.

Di conseguenza, i media che si rivolgono a pubblici a basso reddito o che esprimono voci dissenzienti o contro l’establishment tendono ad essere soggetti a soffocamento finanziario e vengono eliminati. Ciò favorisce la diffusione di ‘clickbait’ e contenuti estremisti, progettati per innescare risposte rapide e istintive piuttosto che il pensiero critico. La dipendenza pubblicitaria opera come una forza che spinge verso la marginalità i media che dipendono dalle sole entrate di vendita.

Questo meccanismo di controllo finanziario e di mercato è pervasivo e rende estremamente difficile per qualsiasi voce che metta in discussione le premesse fondamentali del discorso politico mainstream trovare spazio.

Ancora una volta: sosteniamo i media indipendenti e/o NO-profit

L’abbiamo detto nello scorso articolo sui media foraggiati dai poteri forti: per limitare il potere delle barriere economiche è essenziale adottare strategie che mirino a sostenere soggetti non orientati al profitto e a contrastare la crescente centralizzazione.

La soluzione diretta a contrastare l’eliminazione dovuta agli alti costi operativi si può sintetizzare in tre fattori:

  1. Promozione della diversità economica: Sostenere finanziariamente i media tramite fonti alternative o pubbliche è necessario per liberarli dall’autorità di licenza degli inserzionisti.
  2. Investimento nei media che partono dal basso: I movimenti di base e i gruppi intermedi che rappresentano i cittadini comuni dovrebbero investire più energia e denaro nella creazione e nel supporto dei propri media.
  3. Supporto editoriale e finanziario a lungo termine: È necessario sostenere e finanziare media alternativi e indipendenti che non siano soggetti agli interessi proprietari elitari. Questi media dovrebbero mirare a servire l’interesse generale della popolazione e non solo il pubblico con potere d’acquisto. I migliori soggetti sono quelli che non hanno scopo di lucro, che rinunciano al profitto finanziario in favore della promozione della conoscenza pubblica, del dialogo significativo e della rappresentazione collettiva, tutti elementi necessari per l’interazione democratica.

In sintesi:

L’unica via per garantire un dibattito democratico che sfidi la narrazione di governi e lobby è attraverso il sostegno attivo a strutture mediatiche, in modo da abbassare il più possibile le barriere per chi vuole condividere informazioni con i benefici dei cittadini.

Certamente, se i cittadini non sono in grado di distinguere l’informazione di qualità, c’è ben poco che si possa fare. Ma questa è un altra storia.

Alla prossima.

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