Quando una legge incostituzionale può aiutarti ad aumentare i consensi

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Andrea Rattacaso

Ammirare la politica di oggi è un po’ come osservare uno chef alle prese con una maionese impazzita. Se la salsa non monta, basta aggiungere un filo d’olio o un goccio d’aceto per distrarre i commensali e salvare la cena.

Nella comunicazione politica accade la stessa cosa: quando le scelte economiche rischiano di scontentare i cittadini, la strategia ideale consiste nel distogliere l’attenzione e servire a tavola un piatto fortemente speziato, capace di coprire qualsiasi altro sapore.

Negli ultimi anni, nel panorama italiano, si nota un meccanismo comunicativo affilato e collaudato.

Si tratta di un processo in tre tempi che trasforma un passaggio legislativo problematico in un aumento di consensi che, alla lunga, può anche determinare la vittoria elettorale.

Infornare la legge provocatoria per scaldare gli animi

Un tempo ci si limitava a fare proclami provocatori, volutamente estremisti, per poi rientrare su un perimetro più moderato dopo il dibattito parlamentare.

Oggi si fa di più, si approva direttamente una legge che sarà sicuramente poi bocciata dalla magistratura.

Tutto comincia con la preparazione del primo ingrediente.

La maggioranza di governo propone un disegno di legge fortemente identitario, pensato per strizzare l’occhio alle frange più estreme della propria coalizione. Questo provvedimento viene spesso infarcito di profili di palese incostituzionalità o di forzature giuridiche evidenti.

Perché proporre una norma sapendo che verrà bocciata dai giudici? La risposta risiede nelle dinamiche del controllo sociale e del framing espositivo.

Mentre il pubblico discute sulle barricate ideologiche, il parlamento approva manovre economiche o decreti sui conti pubblici che impattano sulle tasche delle persone.

Questa è la classica strategia della distrazione teorizzata da Noam Chomsky, consistente nello spostare l’interesse della massa dai problemi finanziari dolorosi verso vertenze simboliche ad alto tasso emotivo.

La trappola perfetta e il ribaltamento delle colpe

A questo punto la trappola politica è pronta per essere servita.

Quando la legge supera il passaggio parlamentare, diventa applicabile e viene inevitabilmente impugnata o dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale o bloccata dai giudici, scatta la seconda fase del piano.

In una democrazia liberale classica, una bocciatura da parte dell’organo di garanzia rappresenterebbe un richiamo al rispetto della Carta fondamentale e dei limiti del potere esecutivo. Nel teatro della propaganda moderna, invece, quella bocciatura diventa l’ingrediente segreto della narrazione.

Invece di accettare il limite, la comunicazione di governo applica una tecnica di capovolgimento. La sentenza sfavorevole non viene spiegata nel merito tecnico, ma incorniciata come un’invasione di campo e un attacco diretto alla volontà popolare espressa dal voto.

La decisione del giudice diventa così la prova evidente di un presunto sabotaggio istituzionale.

La fabbricazione del nemico di turno per blindare il consenso

Arriviamo così al finale della ricetta.

Per completare l’opera occorre identificare un responsabile supremo verso cui indirizzare la frustrazione collettiva. In Italia questa operazione poggia su una tradizione comunicativa consolidata da oltre trent’anni.

Il giudice che applica la Costituzione viene immediatamente etichettato come togato politicizzato o associato allo stereotipo del nemico comunista.

Non importa se quella sinistra non esista più nei termini storici.

La parola viene usata come un’etichetta elastica per delegittimare l’avversario e azzerare la sua autorevolezza senza rispondere nel merito.

Attraverso i media e i social network, la frustrazione dei cittadini per le difficoltà economiche viene incanalata verso le toghe rosse.

Il messaggio che passa nell’immaginario collettivo è semplice e manicheo: da una parte c’è il governo generoso che tenta di proteggere i cittadini, dall’altra ci sono i giudici ideologicamente orientati che bloccano il cambiamento.

I danni collaterali sulla salute della democrazia

Questa strategia porta certamente vantaggi politici immediati a chi vuole mantenere il potere, ma genera costi enormi per il sistema democratico.

  • la svalutazione della Costituzione, usata come merce di scambio o come bersaglio polemico occasionale anziché come patto condiviso
  • l’erosione della fiducia nelle istituzioni della giustizia, che rischia di generare un senso diffuso di impunità e smarrimento civico
  • la polarizzazione permanente del linguaggio, che riduce la complessità dei problemi a una sfida tifosa tra fazioni nemiche
  • l’incapacità del cittadino di valutare con lucidità l’impatto reale delle riforme finanziarie sulla propria vita quotidiana

Usare la Costituzione come campo di battaglia per coprire gli errori della politica impoverisce così la convivenza civile.

Disinnescare il meccanismo riscoprendo il senso critico

Nessuna manipolazione è invincibile se impariamo a conoscerne la preparazione e gli strumenti.

Riconoscere le fasi di questo gioco di prestigio è il primo passo per non cadere nella rete.

Quando vediamo approvare una legge palesemente provocatoria, non fermiamoci allo sdegno del momento, ma chiediamoci quali altre norme stanno passando in silenzio nei corridoi del potere.

Quando un leader grida al complotto contro i giudici, esaminiamo il testo delle sentenze e la sostanza dei fatti anziché ingoiare lo slogan già pronto.

La democrazia non è un pubblico passivo che applaude a comando durante uno show televisivo, la vera difesa della nostra libertà risiede nella capacità di mantenere un pensiero autonomo, di dubitare delle narrazioni emotivamente confezionate e di pretendere dai nostri rappresentanti trasparenza, coerenza ed etica pubblica.

Coltivando la curiosità e il rigore analitico possiamo garantire che la sovranità resti davvero al popolo consapevole.

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