Il linguaggio non è un semplice strumento di descrizione del mondo, ma l’architettura stessa con cui lo costruiamo e lo percepiamo.
Dare un nome alle cose significa permettere agli esseri umani di prestare attenzione a oggetti, persone ed eventi, trasformando l’immediatezza dell’esperienza in principi fissi di sentimento e condotta.
In questa prospettiva, le parole smettono di essere semplici suoni per diventare strumenti di costruzione della realtà sociale, capaci di definire e rinforzare categorie e gerarchie.
Proprio per questo immenso potere, il linguaggio è diventato il principale campo di battaglia della politica moderna, che attraverso la cosiddetta “cattura discorsiva” ( discursive capture ) cerca di ridefinire concetti e termini per favorire interessi di parte.
Il caso del “femminicidio”: Neutralizzare per nascondere
L’affermazione di un noto politico secondo cui :
“Il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri”
rappresenta un esempio magistrale di manipolazione semantica.
Questa operazione non è una semplice opinione, ma un tentativo di “perversione semantica”: l’uso di un linguaggio che, attraverso la generalizzazione, mira a rendere invisibile una realtà brutale.
Negare il termine “femminicidio” significa attuare una forma di soppressione tipica della propaganda. Sostituendolo con il termine generico “omicidio”, si priva il fenomeno della sua connotazione strutturale e politica: quella di una pratica sistematica di discriminazione e violenza legata al genere.
Il diritto alla libera espressione dovrebbe proteggere il compimento di atti linguistici che permettono di denunciare e testimoniare le ingiustizie; tuttavia, quando la politica “cattura” un termine per svuotarlo di senso, agisce riducendo al silenzio chi quel termine usa per rivendicare diritti.
I meccanismi della cattura discorsiva
La politica che vuole controllare le masse agisce attraverso strategie linguistiche precise per influenzare il “terreno comune”, ovvero l’insieme delle informazioni condivise e accettate come vere in una conversazione. Ecco i principali meccanismi:
- Svuotamento dei termini: Si prendono parole cariche di valore (come “democrazia” o “autodifesa”) e le si usa per coprire azioni che ne rappresentano l’esatto opposto.
- Uso di “figleaves” (foglie di fico): Si introducono enunciati che servono a mascherare o stemperare il carattere discriminatorio di un discorso. Frasi come “non sono sessista, ma…” servono a proferire affermazioni che altrimenti violerebbero le norme sociali di uguaglianza.
- Semplificazione e slogan: La “politica-spettacolo” predilige messaggi brevi, sound bites e slogan rassicuranti che scoraggiano l’analisi complessa della realtà.
- Neutralità apparente: La manipolazione spesso passa per la presentazione di scelte politiche come “necessità tecniche” o “dati oggettivi” (si pensi all’uso distorto degli algoritmi o dell’intelligenza artificiale), rendendo impossibile la protesta poiché l’ingiustizia viene ammantata di neutralità.
L’importanza di declinare al femminile
La resistenza a dare un nome specifico alle cose si manifesta anche nel dibattito sui nomi di professione al femminile.
Sostenere che “il titolo riguarda il ruolo e non il sesso” è un modo per mantenere le donne invisibili nel discorso pubblico. L’uso sistematico del maschile sovraesteso per cariche istituzionali (come “il presidente” riferito a una donna) funge da perenne promemoria del fatto che quel ruolo, nell’immaginario simbolico, “spetta all’uomo”.
Studi sperimentali dimostrano che il linguaggio generico e l’uso del maschile non sono neutri: essi attivano rappresentazioni mentali prettamente maschili, influenzando le scelte e le ambizioni degli individui fin dall’infanzia
Dare il giusto nome alle cariche e ai fenomeni (come il femminicidio) non è dunque un vezzo grammaticale, ma un atto di equità e un prerequisito per una società realmente democratica.
L’Ingegneria concettuale come resistenza
Per contrastare la cattura dei termini dobbiamo industriarci con una sorta di “ingegneria concettuale”, un’opera di revisione volta a valutare, migliorare o rimodellare concetti politicamente rilevanti per renderli strumenti efficaci contro le discriminazioni.
Definire il femminicidio, chiamare “ministra” una donna al governo, o distinguere una “scelta di sicurezza” da un atto di razzismo non sono dispute accademiche.
Sono atti di resistenza discorsiva.
Se la massa manipolata diventa “nemica capitale della vera democrazia” poiché agisce mossa solo da impulsi esterni, un cittadino consapevole deve riappropriarsi del potere di nominare correttamente la realtà.
Solo restituendo ai nomi la loro precisione possiamo evitare che le democrazie scivolino verso forme di totalitarismo, dove la distinzione tra fatto e finzione svanisce del tutto.
Le parole sono pietre: saperle scegliere e difendere è il primo passo per restare liberi.




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